regole
N.54 novembre 2024
Gian Mario Marinoni: «La mia vita con il fischietto»
Il decano degli arbitri cremonesi ha lasciato la presidenza della sezione Aia. Nel suo album dei ricordi la crescita di tanti giovani, la prima ragazza ad arbitrare con il velo, la gratitudine dei genitori, la passione per le regole che rendono possibile il gioco

Quarantasei anni nel mondo arbitrale, vissuti prima da direttore di gara e assistente fino all’Eccellenza, e poi dietro la scrivania, da presidente di sezione. Quasi mezzo secolo ininterrotto al servizio del calcio dilettantistico, sulla zattera delle regole e della legalità, nei mari in burrasca di uno sport che spesso – anche sui campi di periferia – muove fanatismi ed esasperazioni sconosciute ad altre discipline.
Da tempo Gian Mario Marinoni, 68enne originario di Alfianello, è il volto più rappresentativo dell’Associazione Italiana Arbitri a Cremona. Alla guida dei fischietti locali dal 2012 fino allo scorso 15 novembre, quando ha passato il testimone al neoeletto Massimiliano Arcaini, Marinoni si presenta all’appuntamento fissato per l’intervista in rigoroso anticipo.
Indossa la tuta di rappresentanza dell’Aia. perché, uno, il suo ruolo è ancora quello di Vicepresidente, e due, come spesso ama ricordare, «un vero arbitro è arbitro dentro, non solo quando entra nello spogliatoio per l’appello». L’arbitro vero, sottolinea, è puntuale dentro e fuori dal campo, meglio 10 minuti prima che 10 minuti dopo. E sempre pronto a rispondere al telefono, e partire con la borsa nel baule dell’auto, per rispondere ad una designazione last minute, ad una partita «bucata» da un collega.
«Ai giovani arbitri ho sempre detto: se volete far rispettare le regole, i primi a doverle conoscere e rispettare siete voi» racconta Marinoni, baffi e sguardo all’apparenza severo, ma con un cuore pieno di passione e di attenzione. Soprattutto verso l’educazione dei giovani.
«Ai giovani arbitri ho sempre detto: se volete far rispettare le regole, i primi a doverle conoscere e rispettare siete voi»
«Diventare arbitro a 14, 15 anni, significa sobbarcarsi ogni domenica una responsabilità non comune per un adolescente, paragonabile a quella esercitata da un pubblico ufficiale. Perché devi dirigere la partita, certo, ma anche assicurarti che le reti e le segnature del campo siano predisposte correttamente. Devi verificare l’identità dei tesserati, relazionarti con dirigenti e tecnici adulti, e soprattutto assicurarti che le condizioni del campo e del meteo non mettano a repentaglio la salute dei giocatori».
Un peso non da poco… «Infatti, le opzioni sono due: o questo peso ti schiaccia, e abbandoni subito, oppure ti rafforzi e ne esci adulto. In tanti anni ho visto adolescenti timidi sbocciare e prendere coscienza delle proprie capacità. Le regole dell’arbitraggio sono complementari alle regole della vita: è una scuola di responsabilità».
Anche sull’incidenza degli episodi di violenza ai danni degli arbitri prevale un atteggiamento realista e anti-nostalgico: «Non nego che i comportamenti intimidatori e i rapporti conflittuali con giocatori o allenatori possono condizionare la carriera di un giovane, ma purtroppo sono dinamiche esistenti da sempre: non certo un fenomeno degli ultimi tempi».
Marinoni, oggi felicemente in pensione, per anni ha coniugato l’attività da presidente di sezione con la professione da manager per Plasmon: una vita da pendolare tra Cremona e Milano, intervallata da frequenti viaggi di lavoro all’estero. Londra, Madrid, Montreal. Il segreto? Organizzazione e spirito di sacrifico. «Lavoravo molto in treno, sfruttavo qualsiasi ritaglio di tempo per effettuare le designazioni degli arbitri sulle partite, ma quell’esperienza mi ha fornito diverse competenze poi spese nel mondo Aia» confessa il presidente uscente, orgoglioso di aver guidato l’Associazione Cremona «come una piccola azienda: non solo aspetti tecnici ma anche gestione delle risorse umane, bilanci preventivi e consuntivi, rendicontazioni dettagliate».
«In tanti anni ho visto adolescenti timidi sbocciare e prendere coscienza delle proprie capacità. Le regole dell’arbitraggio sono complementari alle regole della vita: è una scuola di responsabilità»
Un’altra angolatura particolare, dalla quale osservare la piccola grande realtà di una sezione provinciale dell’Associazione Arbitro, è quella sociale: l’Aia, non di rado, è infatti il primo punto d’approdo per chi si trasferisce a Cremona per lavoro e, ancora spaesato, cerca punti di riferimento. «Molti ragazzi, magari già arbitri nel Centro-Sud, si trovano trapiantati all’improvviso in città e, tra le prime cose, mi contattano per poter proseguire l’attività arbitrale qui, sul territorio».
In un certo senso, sul piano sociale, nel 2014 la sezione guidata da Marinoni ha fatto addirittura da apripista a livello nazionale. Fu infatti Chahida Sekkafi, giovane associata di religione musulmana, la prima direttrice di gara a scendere in campo il velo grazie a una deroga concessa da Roma, durante una gara del campionato Giovanissimi Provinciali all’oratorio di Pizzighettone.
«Abbiamo abbattuto una grande barriera, Chahida è stata il primo arbitro donna ad arbitrare con il velo in Italia», ricorda Marinoni. «Un momento di grande orgoglio, ma anche di grandissima esposizione mediatica: l’Aia di Cremona era sulla bocca di tutti, addirittura ricevetti richieste di interviste da Al Jazeera e altre testate internazionali. Quella mattina seguivo Chahida a bordocampo come tutor, all’arrivo a Pizzighettone avevamo troupe televisive e microfoni puntati addosso».
«Tutte le volte che i genitori di un giovane arbitro mi hanno chiamato, ringraziandomi perché il figlio, grazie al fischietto e alla divisa, aveva finalmente trovato sicurezza e fiducia nel futuro: ecco, questo è il motivo che mi ha sempre spinto a continuare»
Quando, invece, chiediamo a Marinoni di raccontarci i momenti più toccati vissuti da arbitro, il presidente uscente va sul personale: «Non dimenticherò mai un’altra partita di Giovanissimi, diretta a San Quirico negli anni Novanta: il capitano della Marini, che mi strinse la mano e con il quale lanciai la monetina, era mio figlio». Ma non solo: «In generale, tutte le volte che i genitori di un giovane arbitro mi hanno chiamato, ringraziandomi perché il figlio, grazie al fischietto e alla divisa, aveva finalmente trovato sicurezza e fiducia nel futuro. Ecco, questo è il motivo che mi ha sempre spinto a continuare».
A proposito di futuro, Marinoni ci concede anche uno sguardo verso l’arbitro del 2030, o del 2040. «Ritengo che il mondo Aia possa ancora evolversi molto. Dove? Nella preparazione psicologica e nella gestione dello stress, che non sono meno importanti dell’aspetto tecnico-atletico; oppure ancora, nella competenza degli osservatori e nella collaborazione con le scuole superiori, che dovrebbero essere il principale bacino di reclutamento di nuovi associati».
Nel congedarci, dopo un’ora densa di aneddoti e di confidenze, Marinoni interrompe un attimo i saluti di circostanza.
«Un ultimo spunto, me ne stavo quasi dimenticando… In tutti questi anni ho ricevuto tantissime telefonate da organizzatori di partitelle, eventi benefici, tornei d’oratorio, scapoli contro ammogliati. E sapete perché? Anche senza un regolamento ufficiale che lo imponesse, volevano un arbitro. Questo, per me, ha un grandissimo valore: ovunque un pallone rotoli, in Italia e nel mondo, sarà sempre necessaria una figura di riferimento che faccia rispettare le regole e tuteli lo spirito del gioco».