regole
N.54 novembre 2024
A scuola di rispetto – di sé e degli altri – su una scacchiera
Incontro con Riccardo Cavaliere, presidente dell'Accademia scacchistica cremonese, educatore e insegnante: «Gli scacchi sono un po’ una metafora della vita: se voglio costruire un gioco, un equilibrio, devo rispettare le regole»
«S’impara perdendo. Soprattutto perdendo». Sulla scacchiera liscia, Riccardo Cavaliere sistema un fila di pezzi chiari, ben ordinati. Torre, cavallo, alfiere, re e regina, per poi tornare alla torre. Li pesca da un sacchetto di tela soffice, da cui estrae e separa i colori antagonisti, che come soldati silenziosi prendono posizione al lato opposto del campo.
«Gli scacchi sono un po’ una metafora della vita: se voglio costruire un gioco, un equilibrio, devo rispettare le regole». Questa filosofia lo accompagna anche in classe, dove insegna italiano e storia in un istituto tecnico professionale, affiancando l’attività di educatore specializzato nello sviluppo delle autonomie per ragazzi con disturbi dell’apprendimento. «Cerco di dare una mano a chi ha perso la fiducia in se stesso e si pensa diverso dagli altri».
Per Riccardo, l’interesse per questo gioco – che forse solo un gioco non è – nasce poco più di due anni fa, sfidando un amico che abita lontano. «Per rimanere in contatto – racconta – abbiamo iniziato a sfidarci su piattaforme online di vario tipo, fino ad approdare agli scacchi. È iniziato come un passatempo… Poi, poco alla volta, mi sono appassionato». Sente la necessità di trovare un luogo fisico per approfondire la disciplina, sfidando vis à vis altri giocatori. Così si iscrive all’Accademia Scacchistica cremonese, di cui oggi è presidente. «Sicuramente non per le mie doti di gioco!», ribatte scherzando.
Come spesso accade in contesti di questo tipo, si crea un mondo fatto di relazioni da costruire nel tempo, abbattendo pregiudizi e stereotipi, una mossa alla volta. «Storicamente – spiega – gli scacchi vengono considerati un gioco da vecchi, perché nella prima metà dell’ottocento erano un’attività praticata principalmente da uomini over 40 appartenenti ad un ceto medio-alto. Nel tempo, la loro popolarità ha abbracciato tutte le classi sociali, mantenendo la capacità distintiva di creare connessione tra i giocatori, annullando ogni differenza fisica e anagrafica. Per vincere non serve essere più forti né più grandi dell’avversario: anche un bambino può mettere in difficoltà un adulto, proprio perché in grado di fare scelte forse più sfrontate, libere da schemi mentali».
Anche nel contesto educativo, il gioco da tavolo può diventare un prezioso alleato: «I ragazzi hanno voglia di giocare fuori dagli schemi… E dagli schermi» afferma il prof. «Quando si siedono di fronte alla scacchiera, ritrovano un tipo di contatto e di confronto che lo smartphone non può offrire. Imparano il rispetto del silenzio, degli spazi e dell’avversario, regole ben precise che servono a mantenere gli equilibri. Giocare a scacchi implica una scelta – più o meno valida – che avrà conseguenze sulle mosse successive e sull’esito della partita. Capita di fare errori, ma è importante tenere a mente che si tratta solo di una partita: se si perde, si ricomincia».
Riccardo disegna sulla scacchiera alcune mosse con i pedoni, per poi allinearli nuovamente sulle posizioni di partenza. «Il gioco – spiega – insegna a sospendere il giudizio, allevia l’ansia da prestazione che condiziona le giovani generazioni». Soprattutto quando si tratta di studenti con disturbi dell’apprendimento, che spesso rischiano di tradursi in etichette difficili da indossare. «La scuola si è evoluta parecchio negli ultimi anni – aggiunge l’insegnante – ma la continua tendenza a sottolineare e certificare le diversità rischia di creare differenze in come gli adolescenti si percepiscono e si relazionano al mondo. Non siamo tutti uguali né siamo tutti fatti per gli stessi ruoli: ognuno dev’essere consapevole di ciò che può fare o dare». Secondo Riccardo, è la singolarità a renderci speciali: «Le regole dovrebbero aiutarci a capire come funzionare insieme, per tenere vivo il sistema della vita. Non come un’opposizione, ma come un’opportunità».