aria

N.39 Marzo 2023

SALUTE

Indagine sulle “morti d’aria”: polveri in calo ma non basta

Uno studio dell'osservatorio epidemiologico dell'Ats Val Padana indaga sul numero di decessi attribuibili alle polveri sottili nel distretto di Cremona. Riscaldamento domestico e traffico le cause maggiori di emissione, a cui si aggiungono agricoltura e industria. La concentrazione è in calo, ma resta l'urgenza di misure e abitudini finalizzate alla cura della qualità dell'aria in un territorio geograficamente svantaggiato

Com’è tristemente noto «l’inquinamento atmosferico rappresenta un importante fattore di rischio per la salute» ed è ritenuto responsabile o corresponsabile di malattie respiratorie, sia acute che croniche, nonché di altre patologie. Il monitoraggio e il controllo di questo fenomeno, oltre che ogni possibile strategia e politica per la sua riduzione, sono dunque fattori critici per la prevenzione di molte malattie. È altrettanto noto che il territorio cremonese, e più in generale la Pianura Padana, per molteplici fattori e peculiarità sono tra le più inquinate d’Europa.
È su questi presupposti che ha preso forma lo studio dell’Osservatorio Epidemiologico Ats Val Padana “Valutazione d’impatto sanitario mediante calcolo dei decessi attribuibili alle polveri sottili nel Distretto di Cremona”. Il rapporto è stato presentato il 23 marzo scorso a Cremona, dove l’epidemiologo dell’Ats Val Padana Marco Villa ha illustrato le evidenze delle correlazioni tra inquinamento e salute dei cittadini, ospite del laboratorio Cremona si può.

Sono già molti gli studi che indagano le conseguenze per la salute dell’esposizione a inquinanti atmosferici come PM2.5 (particolato fine) e PM10, i cui limiti di concentrazione in atmosfera sono espressamente normati e monitorati, ma le nuove linee guida sulla qualità dell’aria del WHO – World Health Organization del 2021 suggeriscono che gli effetti negativi del PM2.5 sulla salute si presentano già a basse concentrazioni.

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Il documento
dell’Osservatorio Ats

Clicca qui per scaricare il documento completo dell’indagine su “Valutazione d’impatto sanitario mediante calcolo dei decessi attribuibili alle polveri sottili nel distretto di Cremona” realizzato dall’Osservatorio Epidemiologico della Ats Valpadana

Quanto tali rischi siano concreti è evidenziato anche dalle stime del Global Burden of Disease, che additano l’inquinamento atmosferico per la morte prematura di 2,9 milioni di persone in tutto il mondo ogni anno (Health effects institute. State of global air 2019) indicandolo tra i fattori di rischio più diffusi subito dopo dieta, fumo, ipertensione e diabete.

Quanto all’Europa, e in particolare all’Italia, uno studio svolto su mille città europee (Sasha Khomenko 2021) ha stimato per il 2015 un numero di decessi attribuibili al PM2.5 superiore a cinquantamila, con la più alta mortalità attribuibile registrata proprio nelle città della pianura padana. «Cardiopatia ischemica, ictus, malattia polmonare ostruttiva cronica, sono le principali cause dell’eccesso di mortalità dovuto all’inquinamento atmosferico».
Dati ancora più recenti sono stati analizzati dalla European Environment Agency nel 2021 e comunicati dall’Agenzia Europea per l’Ambiente (AEA), stimano che nel 2019 oltre 300 mila decessi sarebbero stati prevenibili nell’Unione Europea, se si fossero messe in atto politiche di riduzione delle emissioni inquinanti.

«Lo studio va a rafforzare la consapevolezza rispetto all’impatto dell’esposizione agli agenti inquinanti e alle polveri sottili sulla salute, che è sempre più diffusa nella popolazione, poiché l’analisi e il calcolo dei decessi causati dall’inquinamento atmosferico rappresenta un parametro di ancor più immediata comprensione per i cittadini».

A preoccupare maggiormente gli epidemiologi non è tuttavia ciò che viene emesso nell’atmosfera, ma quello che viene respirato; non la quantità totale delle emissioni, ma quella degli inquinanti presenti nell’aria che respiriamo, proprio perché la salute dell’aria e quella dei cittadini sono correlate. Il principio degli studi Ats Val Padana è pertanto correlare i valori di inquinamento di ogni singola area – che nello studio vengono definite celle e hanno una dimensione di 50 mt x 50 mt per un’estensione di 51 km x 37 km – con gli esiti di salute dei cittadini che vi abitano.
Riguardo alle fonti di inquinamento lo studio di Ats Val Padana suggerisce che nel 2019 circa la metà del PM2.5 emesso nel distretto era prodotta dal riscaldamento domestico, evidenza che avvalora l’implementazione di politiche di efficientamento energetico degli edifici e di riduzione del riscaldamento, il 25% dal trasporto su strada, mentre il resto è generato da agricoltura e allevamento, oltre che dai macchinari ad essi destinati e dall’industria.

«Una riduzione del 51% nella concentrazione
di particolato potrebbe allontanare nel tempo
fino al 18% dei decessi totali»

In definitiva le principali cause di inquinamento atmosferico dell’area padana sono dunque il riscaldamento domestico, il traffico veicolare, che impone la riduzione della circolazione dei veicoli più inquinanti, la particolare conformazione orografica, le condizioni climatiche, l’alta densità abitativa nelle città, l’industrializzazione e la presenza di allevamenti intensivi, oltre alle polveri del deserto africano, che si stima impattino per un numero di giorni del 17%.
Nel decennio 2010 – 2019 sono stati stimati in poco meno di tremila i decessi per cause naturali attribuibili al PM2.5 nel distretto di Cremona, poco più di settecento dei quali ascrivibili ad una esposizione al PM2.5 superiore a quella stabilita dalla normativa italiana ed europea. Nel corso degli anni, tuttavia, si registra un trend decrescente, stimato in una riduzione complessiva del 22.7% tra il 2010 e il 2019.
Lo studio non si concentra esclusivamente sui decessi per cause naturali, ma anche su quelli per cause cardiovascolari, cause respiratorie e per tumore al polmone che possono essere attribuite all’eccesso di PM2.5 rispetto al limite normativo di 25 µg/m3. Anche in questo caso i risultati, quanto meno dal punto di vista qualitativo, risultano sovrapponibili a quelli dell’analisi principale, dimostrando che circa il 5% dei decessi per quelle specifiche cause sono complessivamente attribuibili all’inquinamento.
Evidenze che riguardano tutte le aree della pianura Padana che condividono le stesse condizioni meteoclimatiche e geofisiche, generando analoghe problematiche correlate all’inquinamento atmosferico.
Conclusioni che, del resto, non differiscono in modo sostanziali da quelle emerse dagli studi fatti in altre aree d’Europa. In Polonia, ad esempio, a Breslavia e nella regione della Slesia, si è stimato che una riduzione di 5 µg/m3 nella concentrazione di PM2.5 potrebbe prevenire 30 decessi annui ogni 100.000 abitanti.
Allo stesso modo, una ricerca spagnola relativa ai dati del 2014, suggeriva che una riduzione del 51% nella concentrazione di particolato avrebbe potuto allontanare nel tempo fino al 18% dei decessi totali.
Il trend decrescente registrato dal rapporto di Ats Val Padana è confermato poi anche dal dato consolidato negli ultimi rapporti sulla qualità dell’aria di ARPA Lombardia, che fotografa tra il 2010 e il 2019 una diminuzione nelle concentrazioni di PM2.5, da cui consegue una riduzione dell’esposizione media alle polveri sottili del 24.3%.
Nell’esaminare i dati presenti nello studio, come le sue stesse conclusioni evidenziano, occorre tuttavia considerare che la sua metodologia di analisi non può considerare
la totalità dei fattori che possono impattare sulla salute dei cittadini.
Oltre a quello delle PM2.5, infatti, dev’essere considerato anche il potenziale effetto di altri inquinanti ambientali come il PM10, l’NO2 e gli idrocarburi policiclici aromatici.
Ciò che lo studio dell’Osservatorio Epidemiologico Ats Val Padana suggerisce in modo chiaro è che una quota compresa tra lo 0,6 e il 13,4% dei decessi stimati nel 2019 possa essere attribuito all’inquinamento dell’aria, e in tal senso potesse essere prevenuto, con interventi a livello individuale e collettivo per ridurre le emissioni degli inquinanti in atmosfera.
Oltre alle politiche sui cittadini e benché la percentuale di particolato immesso in atmosfera dalle attività industriali sia meno significativa, lo studio indica anche l’urgenza di individuare strategie e tecnologie per ridurre quanto più possibile le emissioni delle attività produttive e quella di implementare sistemi agricoli e di allevamento più sostenibili, in quanto a queste attività è attribuibile circa un quinto dei valori osservati di particolato fine.
Lo studio di Ats Val Padana suggerisce infine di intensificare le campagne di monitoraggio delle polveri aerodisperse, di pianificare l’espansione degli spazi verdi, che rappresentano una barriera naturale al trasporto delle polveri e la frequente pulizia delle strade nelle aree ad alta densità di popolazione e scarse precipitazioni. Proprio come quella in cui viviamo.