dono

N.26 Dicembre 2021

PERIFERIE

La vita che non vediamocoltre la mano tesa che ci chiede l’elemosina

La storia di fatica e dignità di una donna costretta a mendicare per sopravvivere e per offrire un futuro diverso ai suoi figli

Sul bancone del bar tintinnano un paio di monete, il necessario per un caffè.
«Un macchiato, grazie». La donna prende la tazzina, si siede al tavolo, lo mescola con cura. Ripone il resto degli spiccioli nelle tasche del giubbotto, dove per il freddo custodiva le mani. Ha una cinquantina d’anni, sei figli e un nome che ricorda una pietra preziosa, ma lo usa raramente. Lo conosce chi la chiama per chiedere un aiuto o per sapere come sta, se ha bisogno di qualcosa. Qualcuno l’avrà già vista di fronte ad un supermercato, la mano tesa. Ai piedi un cartone con la scritta “cerco lavoro”. Più che elemosina, la richiesta di un’opportunità, di una via di uscita dignitosa.
«In Romania mio marito gestiva un bar – racconta – Stavamo bene, ci bastava. Non abbiamo mai chiesto niente a nessuno». Il regime di Ceaușescu cambia le cose, restare diventa impossibile: «Trent’anni fa siamo scappati in Italia. Abbiamo vissuto qualche anno in provincia di Lodi, da un amico di mio marito. Io ho trovato lavoro come sarta cucitrice, facevo rammendi su commissione». La tranquillità dura qualche anno, fino alla necessità di spostarsi altrove. La famiglia raggiunge Cremona, dove lei segue una formazione come badante e babysitter con l’idea di trovare il prima possibile un lavoro. La prima opportunità arriva tramite la Caritas Diocesana, cui segue una serie di piccoli impieghi saltuari: riparazioni, pulizie, assistenza alla persona, tutto in nero.
«Eppure ho cercato. Ho referenze, sa? Le ho scritte tutte su un foglio» sostiene, ripetendo a memoria tutti i proprietari e gli indirizzi delle case in cui ha prestato servizio. Ricorda i nomi, i volti, le parole spese per lei. «Per dire che sono una brava persona, che sono onesta».
Nonostante il curriculum, spesso le capitava di tornare all’angolo della strada per trovare una soluzione immediata ai debiti, alle bollette in sospeso, al bisogno di andare avanti.
«Avevo vergogna, avevo freddo… Ma cosa potevo fare?».

«Avevo vergogna,
avevo freddo…
Ma cosa potevo fare?»

Chiedere la carità significa esporsi allo sguardo e alle parole di chi passa e non immagina la vita oltre la mano tesa. «C’è chi si ferma e chi passa oltre. C’è anche chi ti maltratta, e dice cose brutte. Sguardi, parolacce. “Perché non vai a lavorare?”… È tutto ciò che chiedevo». Gli occhi, nerissimi, sono persi in pensieri insistenti come il tintinnio del cucchiaino contro la ceramica. «A volte qualcuno mi lasciava una baguette, un cartone di latte. Altre ricevevo qualche moneta». Chi la conosceva sapeva di poterla trovare lì. «Per un periodo ho anche appeso cartelli con il mio numero di telefono, ma è capitato di essere contattata da persone con cattive intenzioni». La dignità non era in trattativa. «Ricordo che una volta, dopo un intero pomeriggio trascorso in strada, sono tornata a casa con settantacinque centesimi. Settantacinque. Ho pianto».
Si passa una mano sui capelli scuri, argentati sulle tempie. Il pensiero corre alle bollette, che ogni tanto vengono alleggerite dai fondi di sostegno, ma i debiti gravano sulle notti insonni e sugli anni che hanno reso rigide le ginocchia e stanche le braccia. «Ho smesso di fare l’elemosina perché ora mi devo occupare notte e giorno dei miei genitori», svela.
A volte qualcuno la chiama e le offre piccoli lavori occasionali: cucire bottoni, rattoppare indumenti, piccole cose per non spezzare il filo. «So che lo fanno per me. Una signora mi ha detto: “Sono anziana. Se non aiuto te, che vivo a fare?”». Questa è la sua rete, tessuta nonostante gli strappi della vita. Più che un dono, una restituzione.

Una signora mi ha detto:
“Sono anziana.
Se non aiuto te, che vivo a fare?”»

Oltre la porta del bar è già scesa la sera, rischiarata solo dai fari intermittenti delle auto, luminarie improvvisate di un Natale che per qualcuno porta ben poche speranze. «Che dono vorrei ricevere? Anni fa avrei chiesto un lavoro, ora i bisogni sono cambiati: mangiare, pagare i debiti e non rimanere al buio».
Affretta il passo verso casa, presto avranno bisogno di lei. In tasca ritrova i centesimi seminati poco prima. Basteranno forse per un sacchetto di pane. «Altrimenti niente», aggiunge con sguardo fermo. «Non ho mai rubato. Ho fatto tutto questo per mettere i miei figli su una strada diversa dalla mia».
La più giovane sta terminando gli studi, in un mondo che forse sarà più semplice o più accessibile di quello affrontato dai genitori.
Un futuro è il dono che l’aspetta.

APPROFONDIMENTO
Vite di strada

Dalla webtv di Riflessi il tema delle povertà e dell’emergenza abitativa affrontato con Stefano Lampertico, direttore del giornale di strada “Scarp de Tenis”