parole

N.24 Ottobre 2021

SIGNIFICATI

Dimenticate o manomesse le parole che ci salvano dalla barbarie

Grazie e scusa, opinione e fede... solo ricordando e riparando queste parole ritroveremo il respiro per camminare gli uni incontro e con gli altri

Nel 1970 usciva il film “L’enfant sauvage” di Francois Truffaut che, a partire da un fatto di cronaca, affrontava la questione del rapporto tra natura e cultura, tra barbarie e civiltà. Alla cultura si deve l’uso del linguaggio di cui le parole sono l’espressione più evoluta e che la barbarie ignora. Victor, il ragazzo selvaggio, protagonista del film, cresciuto solo in una foresta, privato di qualsiasi relazione umana, si comporta da animale, si esprime a grugniti, è incapace di comunicare il senso delle cose.

L’arte delle parole si apprende per imitazione da chi offre cura e nutrimento. Il dono materno della parola rende possibile lo sviluppo dell’identità di ciascuno in quanto membro della specie umana; ogni nuova parola appresa nel corso della nostra esistenza contribuisce alla formazione del nostro desiderio più profondo, della nostra vocazione.
Oggi assistiamo a due fenomeni riguardo all’intima relazione tra parola-pensiero e realtà a cui prestare attenzione: il primo riguarda la contrazione delle parole in nome della legge di mercato e la loro sostituzione con emoticon e emoji che privano della possibilità di dare un nome alle nostre emozioni e di sviluppare un pensiero articolato; il secondo inerisce alla scomparsa e alla manomissione nell’uso quotidiano di alcune parole. La potenza della parola è tale da produrre una nuova realtà ma anche, nel caso in cui sia scollegata dai fatti, da generare follie oltre a segnalare un radicale cambiamento della nostra postura verso gli altri, fatto quest’ultimo che più mi interpella.

Tra le parole che mi sembrano in via d’estinzione ne individuo due: “GRAZIE” e “SCUSA”, entrambi riconducili alla capacità di riconoscere l’inestimabile valore dell’altro; la prima secondo la postura della gentilezza, la seconda a partire dalla coscienza del personale limite.
La gentilezza, etimologicamente intesa, esprime l’appartenenza ad un’unica famiglia e, dunque, guarda agli altri come fratelli. Essa impone da un lato la cortesia, vietando ogni forma di arroganza e violenza, dall’altro esprime il sentimento della gratitudine, frutto della coscienza di dipendere dagli altri. È un dato di fatto che i deliri di onnipotenza e onniscienza, pervasi del nostro tempo, ci hanno progressivamente privato di questo sentimento, hanno causato l’oblio dei nostri debiti verso gli altri. Eppure è provato che nessuno può bastare a se stesso: ogni giorno ci troviamo a fare i conti con quanto riceviamo in cura, in affetto, in conoscenza, in salute, in lavoro, in servizi da tutti coloro con cui conviviamo. Dimenticare questo dato di realtà ci rende villani, rozzi e, per certi versi, disumani.
Il termine “SCUSA” costituisce l’altra faccia di “grazie”. La convinzione di non avere limiti, di ritenersi perfetti, di pensarsi sempre dalla parte della ragione induce alla personale certezza di non recare mai danno a nessuno a tal punto da non vedere il male di cui siamo causa. Neghiamo ogni nostra responsabilità attribuendo ad altri tutte le colpe, pretendendo da loro il pentimento di cui noi siamo incapaci. La nostra relazione è guidata sempre dalla riprovazione e mai dalla benevolenza verso l’altro.
Mi auguro che il disuso di queste parole sia dovuto ad una momentanea amnesia… curabile però, diversamente diventeremmo vittime di una barbarie omicida dell’umanità.

La potenza della parola
è tale da produrre una nuova realtà
ma se si scollega dai fatti
può anche generare follie

Esistono poi parole manomesse, violentate nella loro natura di segno tra cui “OPINIONE” e “FEDE”.
Originariamente il termine opinione indicava un pensiero che non ha in sé alcuna certezza. L’opinione che nasce dalla personale prospettiva, fisica e psichica, da cui si guarda al mondo, ha un carattere ipotetico e, come tale, arbitrario e controvertibile. Anche il fatto che più persone possano avere la stessa opinione non consente di attribuirle il carattere della certezza. Oggi assistiamo, invece, alla identità tra opinione e verità, in nome anche di un relativismo male interpretato.
“Io la penso così”, allocuzione che sentiamo frequentemente, non lascia spazio a nessuna dialettica, equivale a dichiarare la propria indisponibilità all’ascolto di chi ha più competenza e giudizio sulla realtà considerata, affermando la superiorità del personale pensiero sulla realtà. Sappiamo però,e la storia l’ha insegnato, che lo scollamento dalla realtà genera mostri e follie. L’opinione, così intesa, viene ad identificarsi con una fede, in se stessi però. Ne deriva la violazione del significato della parola che indica l’affidamento ad altro da sé.
La fede implica fiducia verso chi incarna i valori della coerenza, dell’onestà, della lealtà e generosità, della competenza che ritroviamo solo in noi stessi e non negli altri. Il narcisismo dell’opinione ci ha resi diffidenti verso tutti, ci ha privato della fiducia, ha trasformato la fede in ottusa ingenuità, ha tolto dal suo campo semantico la parola salvezza. Siamo erroneamente convinti che ciascuno si salvi da solo e così, fagocitati da noi stessi, viviamo un’agonia che rende affannoso il respiro e i rigidi i nostri muscoli.

Solo se le parole dimenticate saranno ricordate e quelle manomesse riportate al loro corretto significato potremo ritrovare il calore e il profondo respiro per camminare incontro e con gli altri, potremo allontanare il rischio del ritorno della barbarie.