onde

N.23 Settembre 2021

GENTE DI MARE

Quello che ho imparato dalla vita dei pescatori

Intervista con il cremonese don Bruno Bignami, direttore nazionale dell'Apostolato del Mare tra vite dimenticate, migrazioni ed ecologia integrale: «L'onda può essere uno tsunami che distrugge oppure la solidarietà che apre i porti all'incontro»

Ci sono onde in grado di spazzare via interi villaggi, come se fossero sabbia. Poi c’è l’onda della risacca, che come una carezza sa lenire e restituire alla riva ciò che sembrava perduto. Sono diverse, ma entrambe figlie dello stesso mare, come le persone. Lo sa bene chi vive al confine tra l’oceano e la terra, a bordo di navi o sul pelo dell’acqua. Li chiamano “marittimi”: pescatori, equipaggi, lavoratori dei porti, operatori nel campo del turismo e dei trasporti. Per assisterli c’è l’Apostolato del mare, l’opera della Chiesa cattolica per il servizio pastorale della gente di mare, che con altre realtà – tra cui l’associazione laicale Stella Maris – si occupa di cura pastorale e welfare marittimo.
«Siamo al servizio di chi è in difficoltà», racconta don Bruno Bignami, direttore nazionale di questo servizio pastorale e dell’ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Conferenza episcopale italiana. «Oggi il 90 per cento delle merci sui nostri mercati è trasportato via mare: ciò comporta uno scambio notevole di persone, che ruotano tra i porti di diversi Stati e continenti». Come un’enorme “azienda” galleggiante, fatta di uomini e donne provenienti da ogni parte del mondo, il cui unico confine è la costa cui approderanno.
Servono legàmi solidi come reti, necessari per resistere alla minaccia peggiore: la solitudine. «Pensiamo a chi per lavoro viaggia per mare e rimane lontano anche otto, dieci mesi». O più di un anno, durante la pandemia. «Una delle questioni più sensibili riguarda le navi abbandonate dal proprio armatore, dove chi si trova a bordo non è autorizzato a lasciare l’imbarcazione finché la questione legale non viene risolta. Possono trascorrere mesi, spesso rimanendo senza cibo né acqua».
Don Bignami ricorda la drammatica situazione vissuta dalla famiglia di un comandante italiano, «morto di covid a bordo della propria nave mentre si trovava in Indonesia e per tre mesi rimasto a bordo della nave, nella cella frigorifera, perché mancava l’autorizzazione al rimpatrio delle spoglie. Sono situazioni precarie, difficili, cui il welfare marittimo cerca di offrire aiuto».

Da diversi anni, quando si dice “mare” si pensa alle migrazioni e all’emergenza umanitaria che bussa anche alle porte del nostro Paese. «Chi vive di mare – prosegue don Bignami – è molto attento a ciò che avviene, non tanto dal punto di vista ideologico quanto per l’esperienza comune. Sa bene che di fronte alle difficoltà, la priorità è mettere in sicurezza la vita delle persone. Da questa filosofia sono nati progetti come “Liberi di partire, liberi di restare” per l’ospitalità e il sostegno alle migrazioni, destinati a Paesi di provenienza o transito».

Il tema dell’impegno individuale e collettivo ricorre anche quando si parla di ambiente e salvaguardia degli oceani. «Dall’impoverimento della biodiversità alle isole di plastica – prosegue don Bignami – la responsabilità non è solo di chi vive sulla costa: i rifiuti finiscono nel mare anche e soprattutto attraverso i fiumi. Nel tempo diventano microplastiche, che ingoiate dai pesci entrano nella catena alimentare, di cui l’uomo è parte. La cura dell’ambiente riguarda tutti noi, educarci ad un diverso modello di rapporto con la natura è fondamentale».

È il concetto di ecologia integrale: «Ogni questione a carattere ambientale è legata alla qualità delle relazioni che si vivono», puntualizza. Una reazione a catena, in cui un piccolo gesto può avere ripercussioni a grandi distanze. E come accade per le onde, può trasformarsi in distruzione o salvezza. «È una metafora duplice: da un lato c’è lo tsunami, che arriva imponente e devasta ciò che incontra sulla propria strada. Dall’altro c’è quella “onda positiva”, spesso citata da Papa Francesco: è la solidarietà tra i popoli. Quando parliamo di porti, parliamo di spazi aperti. Luoghi di approdo. L’onda ci ricorda come abbiamo bisogno di aprirci gli uni agli altri e creare opportunità di ospitalità, di relazione».