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N.40 aprile 2023

MONDO

Le bombe non cancellano la distanza tra noi e loro

Nello Scavo, reporter di guerra e inviato speciale di Avvenire, a Cremona per presentare il suo libro "Kiev": «Preferiamo sentire lontano da noi guerre e migrazioni per foderarci il cuore di cuoio e lasciarci spaventare un po’ meno da quello che accade»

Sono storie disperate, attraversate dal dolore, ferite quelle dei migranti che giungono sulle nostre spiagge con i barconi. Sono storie cariche di lacrime e di paure quelle dei profughi di guerra. Ma sono sempre storie di altri. Frammenti di vita che ci fanno piangere, intenerire, incuriosire, che scaldano i nostri animi grazie alle parole degli inviati speciali, i reporter che ci catapultano in Libia, in mezzo ai trafficanti di uomini, o sotto i missili in Ucraina. Ma sono sempre storie altre. Noi restiamo protagonisti di una vita tranquilla e continuiamo a pensarli lontani, se non per pochi attimi.
Noi da una parte, gli altri disperati dall’altra.

«Ci sono ragioni personali – spiega Nello Scavo, inviato speciale di Avvenire, reporter di guerra e giornalista (sotto scorta) di inchieste importanti sul traffico dei migranti, sulla mafia e sui crimini di guerra, venuto a Cremona per presentare il suo ultimo libro Kiev – per cui preferiamo sentire lontano da noi guerre e migrazioni per foderarci il cuore di cuoio e lasciarci spaventare un po’ meno da quello che accade. Questo in qualche modo ci deresponsabilizza portandoci a pensare che in fondo noi non possiamo farci nulla». In realtà non esiste nessuna barriera reale tra quel “noi” e “gli altri”. In realtà migrazioni e conflitti «ci riguardano molto molto da vicino sia per ragioni culturali, religiose ma anche geografiche», continua Scavo.

L’AUTORE

Inviato speciale
di “Avvenire”

Nello Scavo è inviato speciale di «Avvenire». Negli anni ha indagato sulla criminalità organizzata e il terrorismo globale, firmando servizi da molte zone calde come la ex Jugoslavia, il Sudest asiatico, i paesi dell’ex urss, l’America Latina, il Corno d’Africa e il Maghreb. Ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio cidu per i Diritti Umani – Ministero degli Esteri (2020). È tra i premiati dell’edizione 2023 del “Premio Buone Notizie”.

Ed è solo allora, quando decidiamo che non esistono “gli altri”, decidiamo di annullare le distanze, che, secondo il reporter di Avvenire, le reazioni possono essere due: «O ci si richiude in se stessi oppure scatta una forte solidarietà come è successo verso i profughi dell’Ucraina». Insomma si è di fronte ad un bivio per il quale l’altro può diventare da nemico, risorsa. «Per farlo bisogna superare il principio dell’indifferenza e non vederlo come qualcuno che mi disturbi», aggiunge Scavo. Il conflitto ucraino, a due ore di volo da Milano, è stata un’occasione collettiva per ripensarci. «Quei profughi di guerra potevamo essere noi. E lo può essere chiunque ha un vicino di casa scomodo».
Noi possiamo diventare “gli altri”.
«Diceva il fotografo di guerra Robert Capa – spiega l’inviato di Avvenire – che se le foto vengono male è perché non sei abbastanza vicino alle vittime o ai carnefici». E non si tratta ovviamente di una distanza fisica, ma della capacità di sentirsi uniti, solidali.

Una manifestazione di piazza in Italia per la pace in Ucraina / foto Ansa-Sir

«Tante volte ci siamo rassicurati considerando che chi scappa dalle guerre è diverso da noi, è più povero, malconcio, sporco, viene da posti senza democrazia. E invece la guerra in Ucraina fa vedere che, se ti guardi allo specchio, puoi riconoscerti nel profugo che scappa».
Anche solo il colore della pelle, le questioni estetiche ci facilitano in un processo di riconoscimento. Pare impossibile ma «alla frontiera polacca dell’Ucraina – racconta Scavo che di giorni in quelle zone ne ha passati tanti e a breve vi tornerà – facevano passare ed uscire dal Paese i biondi; coloro che erano di pelle più scura o che presentavano un taglio degli occhi diverso andavano controllati con maggiore prudenza, uno per uno». Perché quel “noi”, quel riconoscersi nell’altro, passa sempre attraverso una serie di pregiudizi che frenano una cultura della condivisione.
Ma forse le bombe guardano il colore della pelle?
Forse i flussi di profughi di guerra sono diversi se arrivano da zone che non sono la “nostra” Europa?

IL LIBRO

Diario da Kiev
la guerra in Europa

Nello Scavo, tra i più esperti e premiati corrispondenti di guerra italiani, raggiunge la capitale ucraina a metà febbraio 2022, quando la minaccia di un attacco russo si fa sempre più insistente, ma ancora in pochi credono possibile un’invasione militare da parte di Vladimir Putin.
Da quel momento, registra senza censure il rapido tracollo di una situazione che si fa sempre più pericolosa: la dichiarazione dello stato di emergenza, il trasferimento delle ambasciate, e poi le esplosioni, le colonne di carrarmati, il disperato esodo dalle città.
Giorno dopo giorno descrive i movimenti delle truppe russe e la resistenza degli ucraini; approfondisce le conseguenze politiche ed economiche dei combattimenti; svela le ragioni ideologiche alla base delle decisioni dei leader. Allo stesso tempo non dimentica la dimensione umana del dramma in corso, raccogliendo le testimonianze dirette di chi da un momento all’altro ha dovuto abbandonare la casa, ha perso la famiglia, ha scelto di imbracciare un fucile. Kiev è il diario personale di un conflitto nel cuore dell’Europa, scritto sul campo da un giornalista chiaro nello spiegare le ragioni di quanti la guerra la decidono, ma soprattutto capace di dare voce a coloro che questa tragedia sono costretti a subirla.

ed. Garzanti


Restano altri nodi da sciogliere perché “gli altri” diventino parte del noi. E non si tratta solo di lavorare sui nostri pregiudizi e sulla nostra cultura che deve essere di integrazione e pace. Ci sono dinamiche internazionali altrettanto complesse sollevate dai 250 milioni di migranti e 100 milioni di profughi di guerra. Tanti interrogativi sulle politiche internazionali, sui traffici umani come quello con la Libia che è la causa diretta della scorta di Nello Scavo. Ancora molti passi vanno fatti anche dai governi.
I profughi potranno diventare “noi” solo quando avremo fatto di tutto perché siano garantiti i loro diritti. «Oggi si discute tanto di ciò che accade via mare e poco di ciò che accade a terra». Ci si concentra sugli scafisti ma bisogna capire chi opera alle loro spalle. «Abbiamo chiesto tante volte – chiude Nello Scavo – una commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia dei trafficanti di uomini. Il punto è risalire ai veri trafficanti, non agli scafisti. I nomi sono noti, sono stati pubblicati, sono stati sanzionati dall’Onu per traffico di esseri umani, di armi, di petrolio e droga. Alcuni di questi hanno fatto carriera politica e militare (c’è chi è diventato comandante della guardia costiera libica), ma poiché sono stati legittimati dalle relazioni pericolose e riservate tra Italia e Libia, decidono la sorte di tante persone al posto nostro».