sensi

N.46 Gennaio 2024

educazione

Adolescenti e sessualità, è più facile spogliarsi che mettersi a nudo

Emozioni e paure, solitudine e cambiamenti. Come accompagnare i nostri figli alla scoperta del valore profondo della sessualità e della relazione? Ne parliamo con una specialista del Centro Consulenze Famigliari di Viadana

È più facile spogliarsi che mettersi a nudo: la paura di non sentirsi adeguati spesso è causa di relazioni buttate solo sul piano fisico, in un atto che è più facile proprio perché non prevede la fatica di instaurare una relazione affettiva. Già, perché mettere in piedi una relazione, che sia di amicizia o di amore, implica tempo e dedizione, riflessione sulle proprie emozioni e, non da ultima, anche la possibilità di fallire.

Lorena Rosa, consulente famigliare e sulle tematiche legate alla sessualità presso il Centro Consulenze Famigliari di Viadana, ci racconta la sua lunga esperienza in questo ambito, con un focus sulle nuove generazioni, sui loro bisogni e sulle loro fragilità. In particolare sugli ultimi anni, tormentati dalle restrizioni per il Covid, che hanno portato bambini e ragazzi ad un distanziamento sociale forzato, quando invece per i giovani le relazioni interpersonali sono fondamentali. «Il risultato è stato un aumento vertiginoso di stati di ansia, isolamento, inadeguatezza anche nei giovanissimi, che esprimono difficoltà e paura del giudizio dell’altro, di non essere accettati. Se prima i genitori non riuscivano a tenere in casa i loro ragazzi, ora hanno il problema di farli uscire dalla loro stanza».

E questo naturalmente è un enorme freno nello sviluppo di sane relazioni interpersonali. «La sessualità non riguarda solo la fisicità del corpo ma coinvolge la parte emotiva, la mente e le emozioni. Non significa solo darsi un bacio, toccarsi, avere dei rapporti, ma in primis vuol dire creare un’intimità, una confidenza, mettersi a nudo per come si è nel profondo. E questo naturalmente è un investimento impegnativo, ma se si bruciano le tappe poi mancano dei pezzi nello sviluppo affettivo del giovane e questo può avere conseguenze molto pesanti nelle relazioni future».

E non si tratta solo di un’osservazione clinica da parte di uno specialista; sono i ragazzi stessi a dare questo riscontro. Ce lo spiega ancora la dottoressa Rosa: «Negli incontri che teniamo nelle classi, facciamo il gioco del “pozzo dei gesti”: dividiamo i ragazzi in gruppetti di 4-5 persone e diamo a ciascuno dei post-it con indicati dei “gesti” di affetto come appunto darsi un bacio, darsi la mano, accarezzarsi, guardarsi negli occhi, parlarsi eccetera. Poi chiediamo loro di incollarli su questo pozzo disegnato su un cartellone, scendendo in profondità man mano che ritengono il gesto più impegnativo. Ebbene, nella parte alta del nostro “pozzo” troviamo tutti i gesti fisici, legati al contatto, considerati più facili, mentre in profondità ci sono gesti legati all’emotività, che riguardano la sfera personale, come gli sguardi o lo scambio di confidenze».

«Anche nel fallimento
si cresce e si matura,
non è sbagliato sentirsi male
se si viene rifiutati»

Questo cosa significa, se non che i ragazzi faticano a gestire la parte emotiva più che la componente fisica, non solo per soddisfare un bisogno nuovo che stanno scoprendo, ma perché in fondo un rapporto fatto di fisicità, in cui non metto in gioco la mia emotività e i miei sentimenti, mi protegge dalle delusioni e dal giudizio. Mordi e fuggi, senza pensieri, senza impegni. Questo di riflesso crea un circolo vizioso in cui sia un soggetto che l’altro diventano oggetti di un piacere effimero, fugace, consumistico. Il risultato è poi che questi giovani, che domani saranno adulti, rischiano di non riuscire ad andare oltre al proprio bisogno e capire il “no” dell’altra persona. Con i drammi che troppo spesso la cronaca ci riporta.

«Spesso i giovani faticano a comprendere che non esiste solo il mio “voglio”, non devo centrarmi solo sul mio bisogno perché esiste anche il “non voglio” dell’altro. Quando si verificano episodi violenti, non è corretto parlare tanto di raptus, non esiste. C’è invece un malessere latente che deve essere colto e spiegato. Ai giovani dobbiamo insegnare che anche nel fallimento si cresce e si matura, che non è sbagliato sentirsi male se si viene rifiutati, fa parte del gioco, è successo e succede a tutti nella vita, e soprattutto quel malessere che ne può derivare, poi passa. Passa e serve per capire meglio le dinamiche delle relazioni, le persone, la vita. Oggi i ragazzi hanno molta paura di affrontare questi giudizi e questi fallimenti, di non sentirsi accettati, di non essere all’altezza».

Ma in fondo, l’adolescenza non è anche da sempre caratterizzata da questa inquietudine, questa insicurezza? Come mai oggi le cose sembrano invece così complesse?

«Purtroppo, in molti casi ci troviamo davanti a genitori che io definisco a loro volta “fragili”», spiega ancora la dottoressa Rosa. «Certo, nessuna madre o padre agisce contro l’interesse del figlio, ci mancherebbe. Ma spesso questi genitori non riescono ad accettare che il figlio faccia fatica, che soffra. Manca la figura di un genitore che sappia gestire e reggere quello che i figli provano. E i ragazzi lo percepiscono, eccome. Ma se io sono un adolescente in difficoltà e mi accorgo che i miei genitori si allarmano o non sanno gestire un problema, io mai glielo andrò a raccontare. È vero che oggi figli e genitori parlano di più, che si vivono tante esperienze insieme, ma tutto avviene ad un livello di superficie. Il genitore non deve essere l’amico, il figlio deve sapere che può parlare col genitore perché quella è la figura che sa gestire la situazione, è la parte forte nel dialogo».

Come posso io genitore
interpretare mio figlio
quando le esperienze
che lui oggi vive
sono così diverse
da quelle che ho vissuto io
alla sua età?

Ma non è che forse questi genitori oggi sono più fragili perché non hanno gli strumenti per affrontare l’adolescenza dei figli che è così diversa dalla loro esperienza? Negli ultimi 10-15 anni il mondo intorno a noi è cambiato radicalmente, dalla composizione sociale, alle modalità di relazione, passando dagli strumenti a disposizione dei ragazzi, con internet che ha aperto porte su ogni fronte ed indistintamente. Allora viene spontaneo chiedersi se forse qui stia uno degli inganni: come posso io genitore interpretare mio figlio quando le esperienze che lui oggi vive sono così diverse da quelle che ho vissuto io alla sua età? Come posso capire mio figlio che incontra gli amici in chat sullo smartphone senza uscire dalla stanza mentre io passavo ore in piazzetta a chiacchierare con i miei coetanei?

Quindi ancora una volta il ruolo cruciale delle famiglie, di genitori che spesso sono convinti di fare il bene del figlio, ma che in realtà stanno commettendo errori, come racconta ancora la dottoressa Rosa «Una mamma mi ha raccontato che, quando il figlio diciottenne va in discoteca, gli procura un preservativo da tenere nel portafogli, perché – dice la mamma – “non si sa mai…”. Ora, non voglio fare il discorso morale, ma perché invece non parlare al figlio e spiegargli il significato di un rapporto intimo, che prima di arrivarci è necessario conoscersi, frequentarsi, scoprirsi, creare una confidenza». Così invece, convinta di fare il bene del ragazzo, lo si autorizza in qualche modo ad usare un’altra persona per soddisfare un bisogno fisico, convalidando la percezione dell’altro come un oggetto e, in ultima analisi, svalutando anche il proprio valore come persona, che vale quanto un rapporto occasionale.

Un altro tema delicato, di cui oggi si parla spesso e con meno tabù, è quello di giovani e giovanissimi che non si riconoscono nel loro sesso biologico. Ci si può chiedere se queste situazioni emergono oggi con maggiore frequenza perché, rispetto agli anni passati, se ne può parlare più liberamente e quindi i ragazzi si sentono meno in difficoltà, oppure se in qualche modo una sorta di sovraesposizione comunicativa (spesso superficiale) alla tematica possa in qualche modo influenzare adolescenti alle prese con cambiamenti legati a una fase così delicata del loro percorso di sviluppo anche sessuale.

«In effetti l’adolescenza è un’età in cui c’è molta confusione. “Mamma, io ho la fidanzata” è la frase che alcune ragazzine delle medie hanno confidato alle loro madri che, disorientate, hanno chiesto il nostro parere. Va detto che nella fase adolescenziale spesso si può confondere il particolare affetto per una persona dello stesso sesso per infatuazione, ed è normale. È normale che una ragazzina di 13-14 anni preferisca stare con quell’amica e le voglia bene in modo speciale. Consideriamo poi che spesso l’incontro con la persona dell’altro sesso è un momento che crea un certo timore. Quindi non è necessario cercare subito delle risposte, ragazzi e ragazzini devono darsi il tempo di crescere e capire se questo affetto è in realtà una bella amicizia o se davvero può diventare qualcosa di più. Ma non è l’adolescenza l’età in cui si possono avere risposte definitive perché, come detto, bisogna dare tempo a questi ragazzi, senza fretta».

Sono figli del loro tempo ed è giusto che sia così. Ma come ogni adolescente, come ogni persona, hanno una grande fame di riconoscersi e di sentirsi riconosciuti dalla famiglia, dal gruppo degli amici, a scuola e nello sport. Quello che serve è l’esempio, di genitori, di adulti che non cerchino sempre di apparire super performanti, imbattibili, ma che sappiano rappresentare quel sostegno sicuro in cui trovare conforto (non compassione) e dal quale imparare come spiccare il volo.