magia

N.28 Febbraio 2022

MAGIE DIGITALI/1

Ai confini dei (super?) poteri della tecnologia

Il filosofo Jacopo Bodini riflette del ruolo della tecnologia nello sviluppo dell'umanità, della sua influenza su cultura, società, conoscenza. E dei limiti che non può (ancora) superare

Abbiamo chiesto al filosofo cremonese Jacopo Bodini di aiutarci ad esplorare un tema complesso e affascinante e a comprendere come l’avvento della singolarità tecnologica, ovvero quel punto, previsto nel processo di sviluppo di una civiltà, in cui il progresso tecnologico accelera oltre la capacità di comprendere e prevedere degli esseri umani.

Un punto che sembra sempre più vicino, potrà stravolgere le vite di tutti noi.

Quando questo dovesse accadere la “magia” diventerebbe normale e nessuno si chiederebbe più perché e come funzionano le cose? Sdoganando definitivamente la magia perderemo anche l’illusione e lo stupore che l’accompagnava?

Incanto e disincanto

Dove siamo oggi? In che fase dell’evoluzione si colloca la nostra civiltà? L’esigenza di comprendere “a che punto siamo” trova una spiegazione e un senso nella questione del disincanto e del reincanto del mondo.

Si tratta di una questione molto complessa, che costituisce un vero e proprio argomento di discussione filosofica. Ad una lettura comune di queste due parole, il reincanto del mondo sembrerebbe associato ad una posizione di ignoranza sul come funzioni effettivamente la tecnologia, mentre il disincanto sarebbe piuttosto relativo ad una presa di conoscenza dei meccanismi delle tecnologie che utilizziamo, nonché delle dinamiche economico-sociali che le sorreggono. Il primo sembrerebbe quindi avere un valore negativo, il secondo positivo.

LA SCHEDA

Filosofo e cantautore

Jacopo Bodini è dottore di ricerca in Filosofia e ricercatore postdoc presso l’Université Jean Moulin Lyon 3. Specialista di Estetica dei media e filosofia della tecnologia, le sue ricerche si concentrano sui cambiamenti del desiderio nel nostro tempo, in particolare in relazione al dispositivo dello schermo, sulle nuove modalità di relazione e sulle nuove forme di identità che accompagno la rivoluzione degli schermi digitali, sulle relative trasformazioni di affetti ed emozioni, e sul ruolo della voce nelle tecnologie digitali.
Membro del laboratorio di ricerca Vivre par(mi) les écrans, e della redazione di Chiasmi International, ha pubblicato su diverse riviste scientifiche internazionali, ha contribuito e co-curato quattro volumi in francese sulla nascente screen theory, nonché il volume collettivo in italiano “I poteri degli schermi. Contributi italiani ad un dibattito internazionale”. Musicista e compositore di musiche originali, ha collaborato con diversi progetti di video-arte e teatro in Italia e Europa. Con il gruppo La Scapigliatura, ha vinto nel 2015 la Targa Tenco per la miglior opera prima, e nel 2016 il premio Lunezia, ed ha recentemente pubblicato il nuovo album “Coolturale”.

In realtà, se andiamo ad esplorare il retroterra filosofico di queste due nozioni, i valori associati a queste due nozioni sembrano invece invertirsi.
Max Weber aveva ben descritto, in Economia e società , la dinamica di “disincanto del mondo” che caratterizzava le società occidentali all’alba del XX secolo: il disincanto del mondo corrisponde alla convinzione che tutti i fenomeni possano essere dominati dalla ragione. Non si tratta solamente di una questione “scientifica” in senso speculativo, ma di un vero e proprio modo di concepire i rapporti di forza tra l’essere umano e il mondo. La pretesa di poter dominare quest’ultimo con la ragione si è rivelata un modo di considerare il mondo come un oggetto nelle nostre mani – quali estensioni della nostra mente -, e in quanto tale, di sfruttarlo per i nostri fini.
Non solo, con la crisi delle grandi narrazioni che ha caratterizzato la parte finale del XX secolo – quella che Lyotard ha definito col nome di postmoderno – e la lenta dissoluzione delle ideologie politiche, il valore dell’efficienza che solitamente associamo alla tecnologia – in quanto applicazione tecnica del logos scientifico – è diventato valore dominante della nostra società. Il disincanto è quindi, probabilmente, l’ideologia che più si associa alla generazione dei “boomers” quale generazione che si è identificata proprio nel valore dell’efficienza.

Il Novecento, così come l’inizio degli anni 2000, fino alla crisi del 2008, è stata espressione di questo disincanto che ben si accompagnava a quell’illusione di crescita illimitata, di benessere senza fine che caratterizza proprio la generazione dei baby boomer. Le grandi tragedie del Novecento, così come la profonda crisi che si è aperta all’inizio degli anni zero del XXI secolo, hanno invece sancito la criticità di una tale visione del nostro rapporto col mondo e con la tecnologia.

Il reincanto del mondo

In tal contesto, allora, il reincanto del mondo sarebbe quindi da concepire come una reazione a un disincanto così inteso. È Bernard Stiegler, grande filosofo francese della tecnologia, recentemente scomparso, che propone un “reincanto” del mondo come gesto non solo filosofico ma anche politico e tecnologico: per Stiegler il reincanto del mondo non corrisponde ad un nuovo modo magico di interpretare la nostra relazione con le tecnologie contemporanee – e quindi di essere più facilmente manipolabili da esse -, ma non sarebbe nemmeno da associare ad una de-industrializzazione o una decrescita, come suggerisce invece Latouche . Il reincanto è qui compreso nei termini di una nuova industrializzazione digitale che non separi servizio e produzione, che non dissoci la persona dal contesto produttivo e sociale, che non riduca la singolarità al dato economico.
Il reincanto del mondo proposto da Stiegler sarebbe dunque un modo nuovo di concepire non solo le tecnologie digitali e il loro utilizzo, ma anche la produzione economica e politica ad essa associata. Per Stiegler, il disincanto produce un capitalismo della pulsione che estingue il desiderio – a differenza del desiderio, infatti, la pulsione richiede un soddisfacimento immediato che nega qualunque capacità di proiezione – e soprattutto impedisce l’individuazione di un desiderio collettivo. Reincantare il mondo sarebbe quindi un modo di re-investire il mondo di un desiderio collettivo, che non si riduca all’immediatezza pulsionale del consumo.

Reincantare il mondo
sarebbe quindi un modo
di re-investire il mondo
di un desiderio collettivo

La questione generazionale

In questi ultimi anni abbiamo iniziato a dare un nome a ciascuna generazione e a suddividere la storia della civiltà umana in due macro ere: quella analogica e quella digitale. Oggi assistiamo allo “scontro” tra la generazione dei Baby boomer, quella di transizione X e quelle digitali Y e Z e ciascuna di esse sembra avere una diversa percezione del mondo e della realtà.

La questione posta può essere anche letta, tuttavia, nei termini di una questione generazionale. La differenza tra digital native e digital immigrant, infatti, può e deve essere compresa come una discontinuità che si produce tra due epoche della storia dell’umanità: una discontinuità percettiva, cognitiva e affettiva. Le tecnologie digitali hanno rivoluzionato il nostro modo di percepire, di pensare e di emozionarci, ma lo hanno fatto in modo diverso a seconda di come queste tecnologie hanno impattato le nostre vite.
Anche in questo caso, è utile non essere troppo semplicisti nel venire a conclusioni: da un lato, i digital native sono sicuramente più in grado rispetto ai digital immigrant di comprendere il funzionamento delle tecnologie digitali – o quantomeno di farle funzionare – i digital native sono, detto altrimenti, molto più a loro agio con la comprensione del funzionamento dell’interfaccia. Allo stesso tempo, non è detto che abbiano una conoscenza adeguata dell’hardware che le fa funzionare, che in qualche modo appartiene maggiormente ad alcuni esponenti della generazione precedente.
La meraviglia del digital immigrant di fronte ai poteri delle nuove tecnologie è quindi diversa da quella del digital native, per cui certe cose sono sempre date per scontate. Faccio un esempio: a molti sarà capitato di vedere bambini cercare di ingrandire con le mani un’immagine cartacea, come se il supporto di quest’immagine non fosse un foglio di carta ma un touch screen. E magari aggiungere, sorpresi, con meraviglia uguale e contraria, “quest’immagine non funziona”. Quest’esempio mostra la differenza di percezione, di comprensione cognitiva e di propensione affettiva che le due generazioni possono avere nei confronti del mondo contemporaneo, innervato dal digitale. Se il digital immigrant può non sapere come si compone un’immagine digitale, e ha piuttosto la tendenza a comprenderla come una trasposizione dell’immagine analogica – e quindi a cadere vittima di fenomeni come la manipolazione dell’immagine – il digital immigrant ha non solo una concezione ma anche un rapporto completamente diverso con ciò che noi chiamiamo immagine. In entrambi i casi assistiamo a un mix di sapere e ignoranza, di credenza e di disincanto, che però si declina in modo diverso.
Potremmo allora interpretare questa “meraviglia” di fronte al potere magico delle tecnologie come “choc”, nel senso in cui Walter Benjamin associava questa parola all’avvento della fotografia e del cinema nella società di massa e ai cambiamenti generazionali della percezione e delle emozioni.

Verso la singolarità tecnologica

Cosa accadrà quando la capacità dell’essere umano di comprendere non basterà più a spiegare il funzionamento di ciò che utilizzeremo o del modo in cui faremo le cose?

La domanda da porci è se l’incapacità di spiegare il funzionamento delle tecnologie sarà un problema dell’essere umano medio, e quindi un problema di educazione alla tecnologia, o piuttosto un problema dell’essere umano stesso, e quindi la conseguenza della creazione di una tecnologia autonoma diventata a sua volta creatrice. Non saprei prevedere la possibilità di questa seconda ipotesi, ma in fondo, potrei dire che la tecnologia è sempre stata creatrice, nel senso che ha sempre modificato l’essere umano che la creava. La pietra ha modificato la mano dell’essere umano, non solo l’ambiente che lo circondava. In tal senso, le tecnologie intelligenti di oggi non sarebbero quindi diverse dalle tecnologie primitive, in quanto entrambe hanno effetti importanti sul nostro sistema corpo-cervello, tali per cui siamo fatti da ciò che facciamo, come suggerisce l’archeologo cognitivo Lambros Malafouris. È vero, tuttavia, che la capacità di interazione di queste tecnologie cambia, ed è quindi in questo senso che possiamo chiederci quanto avere una conoscenza profonda della tecnologia che utilizziamo modifichi o meno la nostra relazione con essa, soprattutto nel caso di una tecnologia le cui capacità di inter-azione sono decisamente più significative. Rimane comunque più urgente, a mio avviso, il problema di essere in grado di capire le dinamiche politiche ed economiche – e quindi “umane” – che stanno dietro l’interazione con le tecnologie “intelligenti”, come ad esempio gli algoritmi (vedi il caso di Cambridge Analytica ). Di fatti, queste tecnologie “intelligenti” sono ancora orientate da fini umani, troppo umani.

Tra scienza e magia

Negli ultimi secoli l’evoluzione della nostra civiltà ha sempre più messo al bando le antiche credenze e superstizioni e puntato sulla scienza (tendenza che per molti versi si sta trasformando in scientismo), ma cosa accadrebbe se e quando la nostra capacità di comprendere non bastasse più e dovessimo semplicemente accettare i frutti di tecnologie talmente evolute da risultare per noi a tutti gli effetti una sorta di magia?

La questione della fiducia e della credenza va al di là dell’effettiva capacità di comprendere il funzionamento della tecnologia. La scienza è un metodo, un modo di vedere le cose, di interpretare la realtà, un modo elegante, efficiente e sicuramente ricco di potenzialità. Ma il meccanismo per cui, nell’ignoranza rispetto al metodo scientifico, e nell’estraneità rispetto alla comunità scientifica, ci fidiamo della scienza o di altre “narrazioni” non è in fondo diverso. Sono diverse le ragioni e i valori in cui possiamo credere, ma non il meccanismo che ci porta a dare fiducia.
Il problema odierno è forse l’impossibilità di trovare un terreno comune tra le persone: la proliferazione, nella nostra epoca, di narrazioni alternative e tra loro incompossibili (che aumentano esponenzialmente il livello di scontro sociale) ci fa capire che quello scientifico, razionale, forse anche democratico, non è più un terreno percepito come “comune”, non è più per forza un orizzonte condiviso. Lo sforzo politico deve essere quello di ricostruirlo in maniera più inclusiva.

Lo sforzo politico
deve essere quello di ricostruire
in maniera più inclusiva
un terreno comune tra le persone

Una tappa dell’evoluzione

Stiamo dunque parlando di progresso tecnologico o di evoluzione del genere umano e della civiltà? È forse questo l’anello mancante tra l’homo sapiens sapiens e l’homo technologicus / ibrido? Per comprenderlo occorre studiare l’uomo, prima e più che la tecnologia.

In un tal contesto, due sono le riflessioni che mi sento di portare avanti: da un lato, mi piacerebbe insistere su ciò che le tecnologie intelligenti ancora non capiscono – o non riescono ad emulare – dell’essere umano. Come mette in evidenza Slavoj Žižek nel suo testo sulla “singolarità”, ci sono sicuramente delle cose che l’intelligenza artificiale – che è al momento la tecnologia più evoluta di cui disponiamo – ancora non riesce a concettualizzare rispetto all’esistenza umana. Ad esempio, ciò che significa l’assenza. Žižek racconta l’ormai famosa barzelletta del signore che chiede un caffè senza panna, e il cameriere gli risponde che la panna l’hanno finita, può dargli solo un caffè senza latte. Il senso di questa assenza, ciò che Žižek chiama l’assenziale, è qualcosa che sfugge alla comprensione dell’intelligenza artificiale. Per la macchina, senza latte o senza panna è uguale, è un caffè nero. Per l’essere umano, quel “senza” può essere ricco di senso, cognitivo, affettivo e percettivo.
È a partire da questo tipo di realtà irriducibile alla macchina, dunque, che secondo me possiamo e dobbiamo continuare a concepire l’essere umano anche in un’epoca di ibridazione con la macchina.
L’essere umano è da sempre un essere ibrido. È da sempre un animale tecnologico. Il punto semmai è non pensare che la capacità di calcolo impressionante delle intelligenze artificiali possa rimpiazzare certe capacità cognitive della mente umana, come ad esempio quelle di concepire la complessità e la contraddizione, di concepire ad esempio l’assenza come qualcosa di diverso dalla non presenza. Quando ci manca una persona amata che non c’è più, non è semplicemente come se questa persona non fosse mai esistita: questa differenza sfugge alla macchina.

Il ruolo della della mediazione

Uomo vs macchina o uomo + macchina? Il mezzo e lo strumento perdono peso e diventano sempre più invisibili, ma la nostra consapevolezza della loro esistenza portano umanità nella tecnologia e ci consentono di rimanere ciò che siamo.

Se l’essere umano è un animale tecnologico, è da sempre in un rapporto di mediazione con l’ambiente che lo circonda. Il problema delle tecnologie contemporanee, digitali, è che per massimizzare l’esperienza dell’utente – o il profitto che si può trarre da questa -, per essere il più possibile “user friendly”, cercano di scomparire. L’invisibilità, o la trasparenza, a dire il vero, è sempre stato un tratto distintivo della mediazione: il medium deve rendersi “invisibile” per mostrarci ciò che ci deve mostrare (lo schermo, al cinema, si eclissa in favore dell’immagine, così come la tela in favore del quadro, almeno fino all’arte contemporanea). Ma questa invisibilizzazione prende oggi le caratteristiche di una rimozione di massa della mediazione: il carattere di una paradossale trasparenza assoluta. Oggi viviamo infatti nel paradosso di una tecnologia che pretende di rendere l’esperienza immediata: pensiamo al metaverso, o alla realtà virtuale. Una pretesa che produce, come reazione uguale e contraria, un rifiuto totale della tecnologia, in nome di una immediatezza mitica dell’esperienza, che in realtà non è mai esistita.
Si tratta di una pretesa impossibile, poiché l’esperienza è invece sempre mediata: dal corpo, anzitutto, e poi da tutte le tecnologie che legano l’essere umano all’ambiente. Questa consapevolezza, unita ad uno studio – o ad un gioco più o meno consapevole – con le caratteristiche del medium, permette forse di trovare un rimedio a i rischi di una posizione di credenza magica nei confronti del mondo. Essere coscienti della mediazione non significa per forza essere coscienti del funzionamento della tecnologia, ma significa essere in grado di giocare con alcuni aspetti di questa, per metterla in evidenza, per mostrarne l’opacità.

Pensiamo ad esempio al video di Feroza Aziz su TikTok , in cui la ragazza fa finta di fare un tutorial per come truccarsi mentre invece denuncia – bypassando la censura di TikTok – i trattamenti della Cina nei confronti della minoranza uigura.

LINK – Tik tok… di denuncia

Come osserva Pietro Montani nel suo libro “Emozioni dell’intelligenza”, questo modo di utilizzare TikTok da parte della ragazza dimostra una capacità di cogliere il senso della mediazione e usarla in modo “rivoluzionario”: opacizzando la mediazione si può dire quacosa in più rispetto a ciò che si dice. In tal senso, non serve forse per forza capire come funzionano gli algoritmi, basta forse sapere come utilizzare quel medium – i gesti da fare, il linguaggio di TikTok, saperne sfruttare l’interfaccia, le regole interne – per veicolare qualcosa in cui lo spirito critico umano sia ancora presente.

Per uscire dal dualismo magia vs razionalismo, potremmo forse rifarci proprio a questo concetto di mediazione: se siamo coscienti del fatto che c’è una mediazione, se sappiamo giocare – anche in senso ludico – con le sue regole, i suoi linguaggi, le sue macchine, ognuno in modo diverso, possiamo forse continuare ad interagire con le tecnologie digitali senza perdere quei tratti più umani che hanno caratterizzato la nostra storia. Giocare con la mediazione ci permette di continuare a meravigliarci, senza però essere come vittime di un incantesimo.