scuola

N.13 Settembre 2020

INCONTRI

Dietro la mascherina di Nico
la quinta è un tuffo nel blu

Come distanziamento e protezioni cambiano la vita e le relazioni di un bimbo speciale «che issa il diritto all’abbraccio sull’albero maestro dei meccanismi di comunicazione»

Nico è un bimbo speciale. Come, in realtà, lo sono tutti i bimbi: nessuno escluso. Solamente che lui lo è un po’ di più per via di quella prima curva a gomito piazzata in modo spiccio sulla sua strada da un destino spigoloso. Un tranello un filo vigliacco, che senza neppure bussare alla porta è entrato a gamba tesa nella sua vita riscrivendo la traiettoria della sua esistenza.In questi giorni, dall’alto dei suoi 10 anni, a sette mesi di distanza dall’ultima volta anche lui è tornato a scuola.

Classe quinta, sezione B.

Quinta elementare: per parecchi suoi coetanei il primo autentico snodo della vita. Quello che spesso impone di lasciare sul banco, assieme al regolo e al sussidiario, amicizie che fino a quel momento si immaginavano senza fine e affetti che neppure la macina del tempo riuscirà poi a sgretolare.

Per Nico la quinta è semplicemente un passaggio obbligato della vita, unico e insostituibile come lo sono i giorni che passano e se ne vanno: talvolta segnandoci profondamente, altre volte evitando con cura di lasciare grani di polvere lungo il nostro sentiero. Anche l’ultimo anno della scuola primaria, in fondo, è una tappa da affrontare con la lentezza della chiocciola, per cogliere ogni singola sfumatura della realtà e concedersi il tempo necessario ad infilare in fondo all’anima lo stupore che le nuove scoperte appiccicano alle dita. Per Nico è soprattutto questo il senso profondo del verbo imparare: i sentimenti, la socialità, il lato umano dell’umanità.

All’appuntamento con la campanella della ripartenza, ci è arrivato con la mascherina calata sul volto come la visiera dell’elmo di un antico cavaliere e portando con sé l’entusiasmo integro del suo mondo interiore: che è sempre blu, come il cielo della canzone di Rino Gaetano. Ma anche come lo zaino, il cappellino da baseball degli Yankees, gli occhialetti da dandy, i tutori alle gambe che aggiusta con la stessa meticolosa cura usata da Cristiano Ronaldo nel sistemarsi parastinchi e scarpini prima di una sfida importante. E come la carrozza, senza cavalli, che sta imparando a dirigere con l’abilità nel controsterzo tipica di Hamilton.

Solo quegli occhi che quasi sempre sorridono, non sono blu. D’altronde, nessuno è perfetto.

Ad accoglierlo davanti al portone, le maestre: quelle di sempre. Attente e premurose come sempre. E i compagni: gli stessi dalla prima, tranne uno.

Apparentemente nulla gli è parso cambiato, compresi i singoli dettagli che rimandano al tempo in cui tutto scorreva nell’alveo della normalità. Anche se, alzando l’indice della mano sinistra con il suo tono spiritoso e irriverente, puntualizzerebbe che “normalità” è un’unità di misura stravagante: ciascuno ne possiede una interamente sua, non barattabile con quella d’altri.

A prima vista è come se il lockdown avesse cristallizzato quei sette mesi di vita temporaneamente sospesa, preservandolo dall’inquietudine e dalle incognite che ogni riavvio della mente si porta dietro. D’accordo, oltre a quelli proposti dall’insegnante di matematica («in questo è una bomba», giura con un filo di partigianeria la maestra), la ripartenza lo costringe a fare i conti anche con la regola del distanziamento: una lontananza fisica da colmare in qualche modo per chi come lui issa il diritto all’abbraccio sull’albero maestro dei meccanismi di comunicazione. Resta questo uno dei pochi aspetti della nuova dimensione scolastica in grado di intimidirlo, facendo da argine di contenimento al suo modo dilagante di dispensare gentilezza e moti d’affetto indirizzati ai compagni.

…una lontananza fisica
che fa da argine di contenimento
al suo modo dilagante
di dispensare gentilezza

Ma il ritorno a scuola è una riconquista da difendere ad ogni costo. Soprattutto per i bimbi come Nico che disegnano la loro salda trama di rapporti interpersonali attraverso l’empatia. Empatia che il lungo periodo della didattica a distanza ha rischiato di affievolire.

Tornare in classe è stato anche ritrovare meccanismi della concentrazione rimasti almeno in parte ad oziare durante i mesi della chiusura, riappropriarsi delle tecniche di apprendimento diretto, sviluppare potenzialità che si nutrono della feconda esperienza del vissuto quotidiano.

Riprendere la scuola è stato anche tornare a crescere. Con il ritmo che gli appartiene. Senza fretta, consapevole che c’è una scarpa per ogni terreno e un passo per ogni cammino.

La scuola in presenza è l’insostituibile posto delle fragole di Nico, quello dove coltivare il fragile seme di una qualche forma di autonomia che non può prescindere dall’aiuto della rete che lo circonda e dove inseguire il suo sogno di bambino speciale, che se ne sta sempre una spanna oltre l’orizzonte: diventare una rockstar. Per poter cantare con Ligabue: ho fatto in tempo ad avere un futuro.