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N.22 Giugno/Luglio 2021

TEMPO & PERSONE

Dov’è finito il tempo?

Il Tempo del Mercante (e i mercanti del tempo) ci ha insegnato a dire "non ho tempo" interrompendo l'unità di ciò che siamo Qual è dunque la soluzione per ritrovarci se non possiamo gridare al mondo di fermarsi?

foto Andy Beales on Unsplash

Non ho tempo per leggere un buon libro. Non ho tempo per studiare il giapponese. Non ho tempo per scrivere all’amico non corrisposto da mesi. Non ho tempo per lavare la macchina, specialmente gli interni. Non ho assolutamente tempo per allenarmi regolarmente.
Dov’è finito il tempo?
In quale circostanza, esattamente, è stato smarrito? E quando l’uomo si è messo alla sua ricerca, come un Proust indaffarato?
La perdita del tempo (ma anche la perdita di tempo) è senza dubbio la cifra distintiva della società moderna, la sua caratteristica precipua. Niente le appartiene più di questa mancanza. L’uomo contemporaneo vive nella ricchezza materiale ma nell’indigenza temporale, al punto che tutto intorno a lui si è rimodellato secondo questa carenza congenita. Le regole del marketing insegnano che una pubblicità deve contenere non più di otto parole, altrimenti il messaggio non viene recepito: non c’è tempo per leggerlo. Meglio osservare le immagini. Ma solo se sono impattanti, se i colori catturano l’attenzione, se la posa suggerisce istantaneamente il comportamento. È stato calcolato che siamo bombardati da una mole gigantesca di informazioni: 10 alla nona di bit al secondo (prendete un 1 e attaccate nove zeri). Ma solo una quantità tra 10 e 10 alla seconda riesce a farsi strada fino a imporsi all’attenzione del nostro cervello. Per i restanti 10 alla settima? Niente da fare: non c’è tempo.

Non è sempre stato così. C’è un momento nella storia in cui l’uomo si è appropriato del tempo, ha preso a disporne per il suo interesse. Poi – come sempre succede nelle limitate e imperfette faccende umane – ha iniziato a smarrirlo, a disseminarlo nei quattro angoli del globo, a rovinare tutto: un mago che non riesce più a dominare le potenze che ha evocato (lo scriveva Marx a proposito della borghesia capitalista. Tutto sommato, la borghesia mercantile è anche all’origine del “ratto” del tempo, come si prova a spiegare di seguito). Prima il tempo non era dell’uomo. Il tempo era di Dio. Solo a Lui apparteneva. Non poteva diventare oggetto di lucro. Il tempo era sottomesso alla Chiesa. È il tempo liturgico circolare, scandito dall’eterno ritorno delle feste religiose e dominato dal richiamo alla vita di Gesù Cristo (il Natale, la Pasqua, l’Ascensione, la Pentecoste). È il tempo che ha un inizio (la Creazione), anzi due (con l’incarnazione di Cristo, a partire dalla quale si calcolano gli anni), e una fine (il Giudizio Universale). È il tempo dei monaci, con il loro mirabile equilibrio tra lavoro, uffici religiosi e riposo. È il tempo rurale, collegato all’avvicendarsi delle stagioni, al sorgere e al calare del sole, ai ritmi profondamente umani che sincronizzano tutto il creato.

Poi arrivano le città, rifioriscono i commerci, crescono le attività speculative (dall’XI al XIII secolo) e il Tempo della Chiesa viene espropriato dal Tempo del Mercante, come lo definisce Jacques Le Goff in un saggio di straordinario acume e importanza. L’uomo della città diventa padrone del tempo: lo misura con precisione sempre più accurata, lo pesa, lo trasforma in profitto, ne fa mercanzia. La durata del viaggio determina il prezzo della merce; la quantità di manodopera artigianale o operaia va attentamente razionalizzata prefigurando il taylorismo e la rigida organizzazione del lavoro; la circolazione delle monete e l’aristocrazia degli scambiatori mettono le basi per il tempo della Borsa, in cui i minuti, finanche i secondi, determinano fortune o tracolli finanziari. Questo è il tempo del denaro, dell’usura, del potere, degli affari.
È il tempo moderno: uniforme, divisibile in parti uguali, laico, completamente autonomo dal tempo naturale (eccetto quando si verificano cataclismi). È il tempo delle campane delle città (le beffroi delle Fiandre) che ritmano il lavoro, degli orologi che si miniaturizzano e fanno sì che il tempo diventi una questione soggettiva. Proprietà di ogni singolo individuo.

Nel cuore di questo passaggio di consegne si elabora l’ideologia del mondo moderno. L’uomo, Signore del Tempo, abusa del possesso. Accelera il tempo con scadenze frenetiche, scardina l’unità di misura settimanale che Dio ha impresso nella storia e che – parole di Le Goff – «è stato per più di quindici secoli il ritmo ideale per un lavoro efficace: sei giorni di lavoro più un giorno di riposo, l’unità temporale che ha favorito il rendimento e la creatività economica dell’Occidente». Sull’altare dell’esaltazione ideologica del lavoro viene sacrificato il giorno del Signore, quello dedito al riposo, viene svalutata la vita contemplativa e obliterata perfino la differenza tra il giorno e la notte. È il tempo del “7 su 7” e del “h 24”, dunque la sua negazione: l’assenza di tempo.
Ecco che nasce il mantra tutto moderno del “non ho tempo per”, il sintomo di una società che ha perso il riferimento cronologico, cioè la guida di un ordine temporale superiore e ineludibile. Ma è anche il sintomo di un malessere più profondo e pericoloso.

È il tempo del “7 su 7”
e del “h 24”,
dunque la sua negazione:
l’assenza di tempo

Pensiamoci: quando diciamo realmente “non ho tempo per”? Quando vogliamo giustificarci con noi stessi per quello che non siamo, ma che – non fosse per questa cronica mancanza di tempo – dovremmo essere. “Non ho tempo per leggere la Divina Commedia”, significa che percepiamo il valore della cultura e dell’arricchimento personale ma non lo perseguiamo e addossiamo la colpa a una causa esterna (la mancanza di tempo). Radicalizziamo il ragionamento con un altro esempio: “Sono un impiegato, non ho tempo per diventare un violinista”, significa che vorrei essere altro nella mia vita, che percepisco l’essere violinista come il completamento della mia persona ma non mi assumo la responsabilità di diventarlo. Significa che viviamo un’esistenza divisa tra l’essere-per-gli-altri, cioè la facciata che mostriamo al mondo (l’impiegato del nostro esempio) e l’essere-per-se-stessi, cioè quello che pensiamo in realtà di essere (dei bravissimi violinisti, se solo avessimo il tempo). È una crisi dell’identità personale non estranea alla riflessione filosofica, basti pensare alla malafede (mauvaise foi) indagata da Jean-Paul Sartre, alla esposizione letteraria, “Uno, nessuno e centomila” di Luigi Pirandello o “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo, e alla rappresentazione artistica, “L’urlo” di Edvard Munch.

Perché nasce questa scissione della personalità e quali sono le conseguenze? L’ origine è una forma di difesa. Immersi in una società impazzita, frenetica, esigente, competitiva e spersonalizzante reagiamo esternalizzando la responsabilità e abdicando alla libertà di scelta. Se non sono realmente un impiegato, non possono essermi imputate le mie mancanze, non sono responsabile di un errore e non è il caso che mi senta in colpa se non esattamente come gli altri mi vorrebbero. Per forza sbaglio, in realtà dovrei essere un violinista! Questo ci permette di rimanere nella comfort zone, di preservare il nostro spicchio di felicità dall’angoscia della società e dei suoi standard: devi essere produttivo, devi essere creativo, devi essere coerente, devi rimanere al passo, devi essere meglio degli altri. Il risvolto negativo è quello di vivere un’esistenza inautentica, parziale, insoddisfatta, che allude perennemente ad altro. Questo può facilitare anche forme di sfruttamento: dal momento che non sono per davvero un impiegato, perché dovrei farmi rispettare come tale o battermi per i diritti che un vero impiegato dovrebbe avere?

Esiste una soluzione alla perdita del tempo, che è anche perdita dell’unità personale? Escluso che si possa gridare all’umanità di fermarsi, come Giosuè con il sole, e riprendere un passo più “umano” (neanche una pandemia globale ci è riuscita, se non per brevissimi istanti), l’unico antidoto potrebbe essere quello di cominciare a riconquistare piccoli spazi per il Sé, sottrarre alcuni importanti momenti della vita al Tempo del Mercante e riferirli a un tempo più trascendente in cui non siamo perennemente rivolti ad altro ma pienamente e interamente noi stessi. In questi momenti, non c’è tempo per essere altro, perché si sta facendo esattamente quello che si vuole e che si è stati creati per fare. Non c’è tempo, e neanche serve ci sia.