eroi

N.18 Febbraio 2021

CARCERE

Oltre se stessi. Oltre le sbarre

I detenuti diventano attori nel laboratorio teatrale di Cà del Ferro: «Eroi di riscatto, anche dalla chiusura forzata»

Una rappresentazione teatrale dela compagnia di Cà del ferro in Duomo nel 2018 (foto diocesidicremona.it)

L’attore è un uomo che si mette in gioco, una persona che si misura con uno strumento e accetta la sfida che esso comporta. Un essere umano, con le sue fragilità e con le sue emozioni ma anche, in qualche misura, l’eroe che compie un viaggio fuori di sé senza conoscerne in anticipo i rischi e le conseguenze, perché «il teatro scombina l’attore e un bravo attore scombina il suo pubblico, come un quadro, un libro o una qualsiasi opera d’arte che funzioni davvero».
Ne abbiamo parlato con Alfonso Alpi, siciliano di Agrigento e cremonese di adozione, attore di lungo corso che dal 2014 tiene un laboratorio teatrale con i detenuti della casa circondariale di Cà del Ferro, a Cremona.
È qui che le vite recluse di alcuni detenuti, prima che la Pandemia di Covid fermasse tutto, si sono lasciate “scombinare” da Alfonso e dall’arte teatrale, diventando altro da sé per conoscersi meglio e per provare e dare emozioni.
«Certo che l’attore è un eroe», dice Alpi mentre inizia a raccontare la sua esperienza. «Lo è tanto più in un periodo come questo, in cui recitare non significa soltanto sfidare sé stesso e i propri limiti, ma un nuovo contesto sociale in cui emerge drammaticamente come il teatro e il cinema e l’arte in generale non sono considerati necessità primarie dell’essere umano».
In un mondo che ha un disperato bisogno di bellezza, queste realtà sono state le prime ad essere chiuse e probabilmente saranno anche le ultime a riaprire, rimettendo insieme ciò che sarà rimasto in piedi dopo questa tragedia.
Anche il laboratorio teatrale di Cà del Ferro è fermo ormai da un anno. Quando a Cremona si fermò tutto c’erano in cantiere due spettacoli: uno da mettere in scena all’interno del carcere, con detenuti cui non è concesso uscirne; l’altro da portare fuori, come già era accaduto nel 2018 in Duomo e nel 2019 al famedio, con l’obiettivo di portare questo spettacolo in tournée anche fuori città, almeno presso altre carceri. Un confronto importante e ambizioso per un laboratorio giovane come quello di Cremona, rispetto a esperienze pluriennali in cui talvolta si assiste addirittura alla creazione di compagnie stabili.

«Essere da una parte
o dall’altra dei cancelli di un carcere
è spesso più un caso
che una vera e propria scelta»

Quella di Cremona è una realtà completamente diversa. A Cà del Ferro la maggior parte dei detenuti è di passaggio, in attesa di giudizio, di scarcerazione o di trasferimento presso altri istituti. Qui gli eroi del palcoscenico nascono e passano velocemente altrove e varie sono le loro motivazioni.
Se spesso un eroe non ha tempo di maturare una motivazione alle sue gesta, infatti, o se essa giace sullo sfondo della sua personalità e della sua stessa essenza ed esperienza, quando parliamo di un attore la questione è diversa. Qui la motivazione e la risposta alla domanda “ma chi me lo fa fare?” la devi trovare dentro di te ed è indispensabile per salire sul palco e immedesimarsi in un personaggio.
Nel corso dei laboratori le motivazioni dei detenuti emergono in modo palese e spesso determinano l’autoselezione che normalmente dimezza il numero di partecipanti dall’inizio attività allo spettacolo finale. Motivazioni che inizialmente spaziano dal desiderio di mettersi in buona luce all’esigenza di far passare il tempo o di stare insieme agli altri, ma che nel corso del laboratorio mutano profondamente, in un’esperienza che fa crescere, apre nuove porte e fa scoprire e riscoprire nuove dimensioni.
«Con i ragazzini è più facile», racconta Alpi facendo riferimento ad altri laboratori svolti nelle scuole. Per loro recitare assomiglia molto più al gioco del “facciamo che io ero…” e il teatro, in fondo, è a tutti gli effetti il gioco di mettersi in gioco».
Molto presto però quel linguaggio naturale tende ad essere represso. «Con i ragazzi delle medie e delle superiori» prosegue «emerge già chiaramente la difficoltà di misurarsi con la recitazione, anche perché in quella fascia d’età non è ancora emersa del tutto la propria personalità e si sta cercando quell’io da cui l’attore deve sforzarsi ogni volta di uscire.
Insegnare a un Romeo di quell’età come superare l’imbarazzo di guardare negli occhi o di tenere per mano Giulietta è piuttosto complicato, così come accade anche nell’esperienza di un laboratorio teatrale in un carcere, in cui oltre ai problemi legati all’età adulta, spesso non meno critica di quella adolescenziale, occorre gestire e moderare pregiudizi, diffidenze, differenze e tensioni sociali, culturali, etniche, linguistiche».
È forse in questa fase che emerge maggiormente la dimensione eroica dell’attore, capace di vincere sé stesso per diventare il personaggio che porta sul palco, misurandosi con contesti, ambienti, scene, emozioni e situazioni che spesso nemmeno conosce.
«Tecnica ed esperienza vengono dopo» precisa Alpi. È per questo che fa salire da subito i partecipanti dei suoi laboratori sul palco.
Per un attore è fondamentale il talento, ma nei laboratori teatrali c’è altro da ricercare. «Bisogna far scaturire la magia del teatro» che in fondo altro non è che la capacità dell’opera rappresentata di far vivere e provare agli spettatori ciò che si mette in scena.
L’illuminazione su questo ruolo del teatro arrivò ad Alpi negli Anni ‘90, quando sul palco del Ponchielli di Cremona salì con una compagnia amatoriale e notò una bambina tra il pubblico che sembrava particolarmente catturata dalla scena. «Stavamo impersonando dei bambini che giocano e a fine spettacolo non resistetti a chiederle perché fosse così in tensione durante lo spettacolo. La sua risposta fu sorprendentemente chiara: perché volevo che invitaste anche me a giocare con voi» dimostrando con parole semplicissime cosa sia davvero il teatro: una finzione che diventa realtà, cosa che avviene soltanto se chi sta in scena si immedesima completamente, perché «c’è un’enorme differenza tra finzione e falsità e noi in quelle scene non stavamo recitando il ruolo dei bambini, ma ci eravamo completamente impersonificati in loro».
Più o meno la stessa differenza che Alpi individua tra far bene il proprio lavoro e vivere una grande esperienza, come quella che spera di poter riprendere al più presto presso la casa circondariale di Cremona: «Questi anni mi hanno fatto crescere e mi hanno fatto capire che, in fondo, essere da una parte o dall’altra dei cancelli di un carcere è spesso più un caso che una vera e propria scelta. Quando pensiamo al futuro, infatti, abbiamo quasi sempre in mente la meta, non la strada che serve per arrivarci, ed è umano scegliere quella più facile e più comoda, che però si rivela spesso anche la più sbagliata».
Per molti degli eroi del palcoscenico di Cà del Ferro questa è una delle consapevolezze che l’esperienza teatrale riesce spesso a far emergere e maturare, innescando un cambiamento molto più profondo e toccante. Quell’emozione si trasforma in arte e quell’arte arriva al pubblico con tutta la forza che la vita porta con sé, toccando ciascuno di noi e dandoci il coraggio di guardare la realtà senza più il peso di doverla necessariamente comprendere o giudicare.