acqua

N.09 Marzo 2020

ACQUA SANTA

Pellegrini a Caravaggio uniti dalla stessa sete

Il rettore del Santuario ci aiuta a riflettere sul senso del mettersi in cammino verso Santa Maria del Fonte, riempire la borraccia per portarla nelle case

L’acqua è vita. Disseta e purifica. Ci insegna a scorrere e a non avere fretta, a cambiare forma seguendo il corso della nostra esistenza, senza scordare la fonte che ci genera. Ci sono luoghi, come il Santuario di Caravaggio, in cui questo elemento unisce e riunisce superando spazio e tempo.

Da oltre mezzo secolo, la basilica dedicata a Santa Maria del Fonte – patrona della diocesi di Cremona insieme a Sant’Omobono – accoglie pellegrini provenienti da tutta Italia e non solo. Molti portano con sé una borraccia o un bottiglia per dissetarsi lungo il tragitto, quindi riempirla al sacro fonte prima di ripartire. Un gesto naturale, che soprattutto in epoca contemporanea invita alla riflessione sul valore di ciò che – troppo spesso – si dà per scontato. «Spesso l’uomo si dimentica che gli elementi naturali sono anche e prima di tutto un dono», afferma monsignor Amedeo Ferrari, rettore del Santuario. «L’acqua può purificare, può causare disastri, può regalarci spettacoli stupendi. Il valore attribuitole dalla religione e dai popoli nel corso dei secoli vale ancora, per tutti i significati che porta con sé. Tuttavia oggi è considerata quasi esclusivamente in base alla propria utilità: l’uomo è così abituato a poterne disporre che tende a dimenticarsi del suo valore. Solo quando manca si rende conto di averne bisogno».

Quest’ultima riflessione combacia con la situazione d’emergenza causata dall’epidemia di Coronavirus, in cui le restrizioni imposte per limitare il contagio ci costringono a rimisurare spazi e distanze in ogni contesto quotidiano. Ogni abitudine o gesto finora considerato naturale assume un valore nuovo, anche il semplice fatto di camminare. La soluzione è non perdersi d’animo e – come l’acqua – trovare nuove direzioni in cui scorrere.

Un pellegrinaggio nell’anima,
verso qualcuno o qualcosa in cui
(prima di chiedere)
hai bisogno di confidare

«In circostanze simili è indispensabile trasformare questa tradizione in un cammino interiore», suggerisce monsignor Ferrari. «Un pellegrinaggio nell’anima, verso qualcuno o qualcosa, in cui (prima di chiedere) hai bisogno di confidare. Come la meditazione, il pellegrinaggio è un momento in cui ci si stacca un attimo dalla propria vita e si assapora qualcosa che normalmente non si trova».

È ciò che ogni anno spinge migliaia di persone a raggiungere Caravaggio, comune lombardo incastonato tra le province di Cremona e Bergamo. «Il momento in cui scorgono il Santuario è per molti uno dei più intensi e significativi dell’intera esperienza, da gustare con chi ha percorso cammini diversi e in quel momento condivide la meta. Di fronte hai la basilica, alle spalle hai tantissime persone accomunate dalla stessa sete».

Nonostante oggi il viaggio si svolga anche in pullman, automobile o con altri mezzi di trasporto, lo spirito rimane intatto: «Non si tratta di una tradizione esteriore, riflette un’esigenza più profonda che va oltre il gesto fisico».

E oltre l’individualismo. «Leggendo i messaggi che alcuni pellegrini lasciano nelle apposite cassette del Santuario, ci si accorge che non pregano solo per se stessi ma chiedono qualcosa di più grande per le persone che amano».

Allo stesso modo, «chi attinge l’acqua al fonte di Caravaggio la porta con sé per offrirla agli altri, per portarne un po’ ai propri famigliari o donarla agli amici». È un gesto naturale, «segno di ricordo e protezione, che vale molto di più rispetto alla semplice raccolta», sottolinea monsignor Ferrari.

Come l’acqua, «la pace non si gusta solo nel momento in cui la si raggiunge: rimane incisa nel cuore, e da lì ci aiuta a sanare le ferite sociali e delle relazioni che fanno parte della nostra esistenza».