cuore

N.33 Settembre 2022

SPORT

Quando la maglia ha il colore del cuore

Mirco Vailati guida per mille chilometri al mese per realizzare il sogno di indossare la maglia della squadra che fu di suo papà, oggi scomparso: «E ogni volta ripenso a quei lunghi viaggi da bambino, diretti verso il campo per la partita della domenica. Lui guidava e io sognavo ad occhi aperti»

Mirco Vailati mostra con orgoglio la maglia della Ripatese

Provate a vivere il calcio come una passione totalizzante, un’ossessione quotidiana, un passatempo abbastanza serio da dedicarci buona parte della vita: scoprirete, sorprendendovi, che questo maledetto gioco è seriamente una simulazione della vita. E la vita è fatta di scelte. Spesso, scelte di cuore. Ecco perché in campo – che sia San Siro o un oratorio di provincia – portiamo non solo scarpini e parastinchi a corredo della dose variabile di talento che il Signore ha voluto concederci, ma anche e soprattutto i nostri sentimenti.
Mirco Vailati, 38 anni, calciatore dilettante di Seconda Categoria, ne è esempio luminoso e toccante. Due anni fa, mentre lo sport dilettantistico provava timidamente ad uscire dal tunnel buio della pandemia, Mirco ha preso il telefono e si è proposto come giocatore presso l’Associazione Calcio Ripaltese («ultimo della rosa e senza pretese di rimborso» tiene a precisare). Tutto normale, direte. E invece no: Mirco sul campo di Ripalta non c’era mai stato, manco da avversario, e all’interno del club non conosceva nessuno. Senza considerare la distanza: 32 chilometri separano la sua casa di Costa Sant’Abramo dal comune cremasco, per un totale di 200 km settimanali da sobbarcarsi tra i due allenamenti e la gara domenicale, quasi 1.000 al mese. La Ripaltese però era la squadra del paese di origine del padre, portato via da una malattia a soli 55 anni nel 2014. Ivo Vailati, grande appassionato di calcio, aveva vestito la maglia dei rossoverdi e Mirco desiderava intraprendere quel viaggio irrazionale eppure così romantico, denso di emozioni e di significati, per indossare i colori difesi in passato dal papà scomparso.
Un sogno realizzato, degno delle più belle favole sportive: ormai da due anni il difensore classe ’84 è capitano e colonna difensiva della Ripaltese. Magie che solo il calcio nei livelli più bassi della piramide dilettantistica, un calcio di rapporti e di umanità, non intossicato da procuratori e freddi interessi economici, riesce ancora a regalare.
«Prima che mio padre si ammalasse, un po’ scherzando e un po’ parlando seriamente, di tanto in tanto usciva l’idea di concludere la mia carriera da dilettante proprio nella “sua” Ripaltese», racconta Mirco, capelli neri e fisico scolpito da anni di calcio e di palestra, una vaga somiglianza con il Kun Aguero, anche se in campo è sempre stato esterno di sinistra e successivamente difensore. «Con mio padre avevo condiviso la passione per il calcio fin da bambino: gli inizi a Paderno Ponchielli, le lunghe trasferte in macchina negli anni del settore giovanile a Pizzighettone, e poi le stagioni con Castelverde e Casalbuttano. Ero in campo, mi voltavo verso la tribuna, sapevo che lui era lì. Fino alla sua scomparsa. È stato durante il lockdown, nel 2020, che ho ripreso a considerare l’idea: sentivo che il momento di smettere si stava avvicinando, ma prima di appendere le scarpe al chiodo volevo assolutamente giocare per la Ripaltese. Così mi sono deciso». Attraverso uno zio, che vive ancora a Ripalta, Mirco si è messo in contatto con il mister dei rossoverdi Merisio e successivamente con il direttore sportivo Nichetti. «Gli ho detto: vengo da lontano, ma non pretendo nulla, anche se non sapete chi sono prendetemi solo nella squadra. Inizialmente erano un po’ sorpresi dalla mia candidatura, anche perché avevano ormai completato l’organico per il campionato successivo, hanno capito le mie motivazioni e capito che poteva essere l’inizio di una storia bellissima. Un’esperienza nella quale ho riscoperto i veri valori del calcio, quello vero, autentico, genuino delle serie minori, mettendomi alle spalle alcune parentesi calcistiche deludenti sotto il profilo sportivo e umano».

«Ero in campo,
mi voltavo verso la tribuna,
sapevo che lui era lì»

Quando, nel 2020, Mirco ha comunicato in famiglia che sarebbe tornato a Ripalta da giocatore per nobilitare il ricordo del papà Ivo, in casa Vailati la mamma e il fratello hanno accolto la notizia versando lacrime di gioia. Anche la moglie Chiara ha supportato la sua scelta, a costo di attenderlo fino a tardi dopo gli allenamenti…
«È stato tutto incredibile, da pelle d’oca, a partire dalla gara d’esordio nella quale ho subito trovato il gol, evento non così frequente per un difensore – ricorda Mirco – Quando poi la storia è uscita per la prima volta sul giornale locale, il mio smartphone è stato letteralmente sommerso da centinaia di messaggi e di chiamate. Addirittura, sui social, sono stato contattato persone che non conoscevo: erano rimasti toccati emotivamente dalla mia decisione dopo averla letta sulle pagine del quotidiano».


Dopo il primo campionato, purtroppo sospeso in autunno a causa del Covid, Mirco concluso la sua seconda stagione a Ripalta conquistando il traguardo prefissato dalla società, ovvero la salvezza in Seconda. Qui gli occhi si fanno quasi lucidi dall’emozione: «Una soddisfazione enorme, che mi ha spinto a proseguire perché a 38 anni sono ancora felice quando scendo in campo. Il calcio per me è molto più di uno sport: è uno stile di vita, è la carne bianca e le verdure alla domenica mattina prima della partita, è la continuazione dei ricordi più belli dell’infanzia e dell’adolescenza. In quei ricordi, mio papà c’è sempre».
Il rapporto sentimentale e intimo di Mirco con il calcio si sublima in un rituale. Ogni anno, a poche ore dalla prima partita del campionato, il difensore della Ripaltese si reca al cimitero di Ossolaro e resta lì, in silenzio, mentre i minuti passano lenti, pregando e fissando la foto del papà racchiusa nella cornice.
«Ricordo ancora gli attimi dopo quel gol segnato, il primo, dopo soli dieci minuti in campo con la maglia della Ripaltese. Il portiere era un po’ distratto, l’ho sorpreso calciando con il sinistro da 45, 50 metri. Quando la palla è entrata ho pensato che qualcuno lassù sarebbe stato felice, tanto felice. Forse un cerchio si era chiuso. Avrei potuto lasciare il calcio in quell’esatto momento». Sarebbe stato perfetto. «Invece sono passati due anni e sono ancora in campo a sudare, a lottare, a rincorrere i più giovani e, lo spero tanto, insegnare loro qualcosa, dando il buon esempio. Domenica dopo domenica. Non mollo, e mia moglie lo sa, perché il calcio mi rende felice. E ogni volta che salgo in macchina, lasciando il borsone umido nel baule, mi metto al volante tra Ripalta e casa, e ripenso a quei lunghi viaggi da bambino, diretti verso il campo per la partita della domenica. Mio padre guidava e io sognavo ad occhi aperti. Parlavamo sempre di calcio. Mi piace pensare che tutto questo, ogni settimana, anche grazie alla Ripaltese, possa ripetersi, dentro di me, dove custodisco le emozioni più preziose e importanti».