silenzio

N.05 Novembre 2019

CLAUSURA

Un’oasi benedettina per parlare all’Europa

Una monaca cremonese lascerà il monastero di Vitorchiano per diventare Superiora del nuovo monastero che l'Ordine cistercense sta fondando in una regione del Portogallo profondo

Suor Giusy con una sorella dell'Ordine Cistercense della Stretta Osservanza sulle colline nei pressi del monastero di Vitorchiano

A Vitorchiano, nel Lazio, esiste sprofondato tra le colline un monastero di monache trappiste. Una comunità numerosa – e di questi tempi è cosa rara – graziata ogni anno da nuove entrate. La cifra della loro regola – sono monache dell’Ordine Cistercense della Stretta Osservanza (benedettine) – è una vita trascorsa in preghiera, al lavoro in solitudine e silenzio. Un silenzio che non è fine a se stesso, non è “una prova” da superare per vedere quanto uno è forte, ma è piuttosto la condizione essenziale per un rapporto diretto con Dio. Un silenzio esteriore e interiore che permette un dialogo profondo con il Cielo.
Affascinate da questa forma vocazionale, negli anni alcune ragazze cremonesi hanno deciso di dire sì alla vita claustrale. Negli ultimi anni Francesca, Maria Chiara e Irene hanno fatto il loro ingresso in comunità, ma prima di loro anche suor Franca (oggi nel monastero di Matutum, nelle Filippine) e suor Giusy. Proprio lei, dopo una vita trascorsa tra le mura di Vitorchiano, in questi mesi si sta preparando a una nuova avventura. È infatti stata nominata superiora per una nuova fondazione. In Portogallo.
Il nuovo monastero sorgerà a Palaçoulo, un piccolo paese immerso nella campagna portoghese, sconosciuto ai più. Eretto sopra i resti di un antico insediamento romano e circondato da stagni artificiali ambitissimi per la pesca estiva, non avrebbe molto altro da raccontare a un turista che volesse avventurarsi nella zona. Eppure – da due anni – un evento straordinario sta impegnando la comunità locale. Si tratta, appunto, della costruzione del Monastero Trappista de Santa Maria Mãe da Igreja: da tempo ormai non esisteva più un monastero cistercense in Portogallo. Un imprevisto, una chiamata ha però cambiato le cose. E così – nella preghiera discreta e silenziosa che contraddistingue queste monache – è scaturita la scelta di partire in missione, in Europa.

Un silenzio non è
una prova da superare
per vedere quanto uno è forte
ma è la condizione essenziale
per un rapporto diretto con Dio

«In tanti ci chiedono: perché il Portogallo?», racconta suor Giusy.
«La risposta è semplice: perché in questa terra benedetta da Maria non esiste più un monastero cistercense dei 24 che lo hanno abitato nel corso della sua storia e perché in una sperduta regione – quella di Tras os montes – dove i giovani se ne vanno e i vecchi muoiono, vogliamo dire una parola di vita. La decisione di partire non è stata affrettata. È nata da una nostra esigenza (oggi Vitorchiano conta 78 membri e nel monastero non ci sono quasi più celle disponibili per chi volesse entrare. Questo è stato un segno molto concreto per noi che il Signore chiedeva ancora una partenza) e dall’incontro con Josè Cordeiro, Vescovo della diocesi di Bragança-Miranda dove sarà costruito il monastero, desideroso di avere per la sua gente un luogo che testimoniasse la centralità della vita evangelica e liturgica. La risposta degli abitanti – continua la religiosa – è stata di una generosità che ci ha commosso: ci hanno regalato il terreno su cui stiamo costruendo la foresteria e dove sorgerà il monastero vero e proprio. Abbiamo un’immagine commovente con i nomi dei donatori scritti su ciascun lotto. Senza quei 28 ettari non avremmo potuto far nulla. Questa cosa ci ha fatto arrendere e ci è apparsa una delicatezza della Madonna».
Sembra strano a dirsi: monache di clausura che si fanno missionarie. Eppure in loro non vi è alcun dubbio, nessuna ombra di sentimentalismi o facili entusiasmi. «Partiamo certe che la comunità cristiana nella sua concretezza (e il monastero è una espressione molto concreta e radicale dell’essere comunità nella Chiesa) non è qualcosa di superato nella nostra Europa, ma è ancora l’unica risposta che possiamo dare agli uomini che abitano le nostre terre». Del resto le suore di Vitorchiano sono oggi un esempio straordinario di fioritura della vita claustrale, pur facendo parte di un Ordine tra i più rigorosi nel praticare la Regola benedettina (ora et labora, ma anche silenzio e solitudine, come dicevamo). Dal 1957 non vi è stato un anno senza nuove entrate.
Una vocazione fatta per il mondo. Quella in Portogallo, infatti, non è la prima Fondazione a lasciare la “casa madre”. Ce ne sono altre in Toscana (Valserena), Argentina, Cile, Indonesia, Venezuela, Filippine, la presenza di cinque sorelle in una comunità della Repubblica Democratica del Congo e altre ancora, le “nipoti” nate dalle stesse comunità fondate, sono fiorite in Siria, Angola, Brasile, a Macao. «Nel 2007 alcune sorelle a cui ero molto legata partirono per la Repubblica Ceca. Quel momento fu forte per me, per noi», racconta ancora suor Giusy. «Si trattava di lasciare partire volti amati e di aprirsi a nuove entrate. E il Signore ci ha benedetto ancora: ha benedetto con nuove vocazioni, con una nuova vitalità e con una rinnovata apertura a vivere il nostro essere Chiesa per il mondo. Confidiamo che sarà così anche a Palaçoulo». Partiranno in dieci, inizialmente. Un gruppo ben assortito per facilitare l’impiantarsi della vita monastica senza lasciare in difficoltà chi rimane. Dopo un percorso di discernimento, la scelta è caduta su alcune monache che avevano già preso i voti solenni, disponibili a camminare insieme, radicate nella propria vocazione, con doni diversi e complementari in modo che tutto ciò che costituisce la vita della comunità sia almeno abbozzato (tra loro c’è chi sa cantare, chi è in grado di impostare la liturgia o il lavoro e l’economia, chi all’accoglienza…). La partenza tuttavia non è priva di sofferenze.

Una comunità,
così come una famiglia,
si rinnova e cresce solo se
sa scommettere sulla vita

«Penso che nessuna di noi sognasse chissà quale avventura, anche se per tutte la nuova Fondazione è stata ed è un dono. C’è però una dimensione di distacco, di sofferenza perché noi viviamo da sempre radicate in un luogo e siamo costituite dai volti della nostra comunità. Tuttavia questa affezione profonda è vissuta dentro un orizzonte pasquale: dalla morte e dal dono di sé viene la vita. È una donazione che riguarda tanto chi parte quanto chi resta, anche se in modo differente. Quando si “sceglie” la clausura (o meglio, quando si è scelte per la clausura), la percezione che si ha dentro è che se non dai Dio agli altri, in fondo non dai nulla; che solo Lui può veramente e pienamente rispondere ai bisogni degli uomini».
Niente di speciale, assicura suor Giusy. Del resto non sono dinamiche che accomunano tutti, dai laici ai consacrati? «Il fatto che una comunità fondi un’altra comunità richiama a quell’elementare realtà per la quale un adulto in età matura è chiamato a metter su famiglia, e noi crediamo che sia il modo più vero e più grande per realizzare la propria umanità». Il giudizio è netto: «Una comunità, così come una famiglia, si rinnova e cresce solo se sa scommettere sulla vita. Questa è la base per cui quella che potrebbe sembrare una semplice follia, a noi sembra tutto sommato la cosa più vera e ragionevole su cui rischiare. Da qui nasce anche il coraggio di chiedere alla gente di aiutarci e accompagnarci, come può e come sa: con la propria professionalità, con la propria generosità o anche solo con la propria preghiera». Le monache hanno aperto sul loro sito internet un conto dove poter sostenere la nascente comunità. E intanto hanno iniziato i lavori, per poter entrare stabilmente nell’ottobre del 2020. «Stiamo facendo qualcosa di speciale? Non so, a noi non sembra almeno: non è così che viviamo quest’avventura. È una chiamata. E non c’è cosa più bella che dire sì».