noi

N.40 aprile 2023

RUBRICA

Dov’è quel suono che ci unisce?

Generi, supporti, abitudini: ci sono gruppi più numerosi di altri che si identificano in uno stile di ascolto, ma se proviamo a ridurre quel noi a una sommatoria di “io”, ecco che le cose si complicano...

Si fa presto a dire “noi e la musica”. Come se si potesse identificare quel “noi” in modo preciso. Ci sono, è vero, gruppi più numerosi di altri che si identificano in un genere piuttosto che in un altro, ma se proviamo a ridurre quel noi a una sommatoria di “io”, ecco che le cose si complicano: chi potrebbe definire il proprio mondo musicale come unico e coerente? C’è un tale flusso di suoni intorno a noi che risulta difficile creare punti fermi.
Restiamo un’oretta davanti alla televisione?
Si va dalla sigla etnica/finto rock edulcorata alle insalate a misticanza variegata delle inserzioni pubblicitarie, dove già ci trovi assaggi del “tutto un po’ purché ben digeribile”, la citazione colta ridotta a 30-secondi-non-di-più accanto alla ripresa identitaria regionalista, dallo scattante ritmo metropolitano al refrain con felicità incorporata. Se poi ci si mette un po’ di zapping, ci si trova in un amen a passare tra un country di Nashville DOC a un’opera lirica scelta fra la solita dozzina disponibile sul mercato, da un’abile colonna sonora jazzing delle serie poliziesche sempre uguali, alla musica folk/liscio/taranta che sempre si accompagna alla salute e ai sani prodotti locali.
Accendiamo la radio al mattino?
Normalmente non si fa zapping in questo caso, altrimenti ci troveremmo nel caso di prima, ma è fuor di dubbio che ciò che arriva alle nostre orecchie è un calderone di musiche differenti l’una dall’altra per colore e stile, ciascuna con un mondo proprio di storie e riferimenti; la canzone impegnata dal classico accompagnamento disadorno viene travolta subito dopo dall’ultimissima creazione del rapper immancabilmente sboccato, la delicata confessione romantica di un (pseudo)timido neomelodico va a planarsi sull’evergreen acchiappa-ascolti.

Resta il fatto che vi è ancora
chi usa la musica per creare
connessioni da anima ad anima


Prendiamo il metrò e ci isoliamo nelle cuffiette?
Non solo mettiamo uno scudo con il “voi”, ma costruiamo il nostro mondo sonoro stazionando momentaneamente fuori e vivendo in un universo parallelo di musica e non, purché non ci sia silenzio, verrebbe da dire, con tanti saluti al “noi”.
Naturalmente poi ci sono le preferenze personali, per cui il plurale si fraziona nella coltivazione accurata di uno dei tanti paesaggi sonori: c’è il jazz tanto fascinoso quanto per addetti ai lavori che viene presentato nella stessa rassegna vicino al concerto classico ligio ai suoi immancabili riti, o il gruppo proveniente dalla tal nazione che rifila un gamelan locale dai suoni mai sentiti vicino allo sparuto team di musica antica che fa risuscitare qualche ossuto contrappunto per la gioia dei conoscitori da museo.
Una recente ricerca ci documenta in numeri questo “noi” in musica sia nei posti dove si ascolta musica sia per i generi e i tempi; per quanto riguarda i luoghi di ascolto, la musica viene ascoltata prevalentemente in casa (50,4%), come “sottofondo” negli spostamenti (32,7%), mentre il 10% degli italiani ascolta soprattutto la musica nei locali pubblici.

I generi più ascoltati sono pop e dance (45,5%) a seguire rock e metal (28,8%); terzo posto per rap e hip hop (24,2%); infine il blues e il jazz (20,5%) e la musica classica (16,7%).

La maggior parte delle persone (32,1%) passa il tempo volontariamente alle prese con la musica per 2-3 ore a settimana. Le donne sono le più assidue e la ascoltano per più di 6 ore a settimana, in età compresa tra i 18 e i 24 anni. Gli over 64 ascoltano in generale meno musica, per un’ora alla settimana (il 19,9%). I principali canali di ascolto sono siti internet (35,9%), radio (30,5%), cd/dvd (18,1%), televisione (8,3%), mentre il 2% del campione ascolta canzoni in vinile.


Il 46% degli italiani interessati a scoprire nuovi autori o brani si serve soprattutto della radio (46%), seguita da internet, blog, siti, app (39,8%), Youtube (36,1%). Una buona percentuale è occupata dal passaparola (26,5%) e dalla televisione (23,4%). Tradotto in parole: non c’è luogo dove non ci sia musica, si ascolta di tutto un po’, l’ascolto mirato è poco cercato, ci si ritrova perlopiù a che fare con musica scelta da altri.
È il mondo della complessità uditiva, della frammentazione individualista, del non-centro, dell’immersione totale. La musica è ovunque, nelle radio che diffondono canzoni a ripetizione, nelle televisioni, nella pubblicità, dove rappresenta, senza essere mai protagonista, un ruolo di basilare importanza. E poi nei supermercati, nei negozi, nelle automobili, dove si crea una sorta di colonna sonora costante, che spesso diventa irriconoscibile melassa, rumore di fondo, ritmo semplificato del vivere.
Ma così la musica perde valore, costantemente, inesorabilmente, e si trasforma in prodotto da catena di montaggio, con boy bands prodotte a tavolino o banalizzazioni di musiche d’autore o ipnosi minimaliste fatte di ritmo e niente. E più perde valore, più si trasforma in un oggetto di consumo, tutto si appiattisce e meno si sedimentano messaggi importanti. Ma forse questo è l’estremo utilitario del consumismo; resta il fatto che vi è ancora chi usa la musica per creare connessioni da anima ad anima. Prorprio qui, forse, possiamo intravedere un’evoluzione: il futuro sarà sicuramente la fusione dei generi (come dei popoli), certamente la musica cosiddetta colta/antica farà il suo tempo archiviata nei cd ma fuori dalle rotte di una comunicazione sempre più veloce e immediata (come l’arte dei musei), e altrettanto sicuramente la musica sarà un melting pot colorito e vitale (è ciò che è diverso che crea nuovi mondi). Purché vi sia dentro l’uomo, non solo il profitto e la tecnica.