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N.08 Febbraio 2020

SPORT

È arrivata in città la tribù del padel

Una giornata nell'arena della nuova disciplina arrivata dal Messico che sta contagiando centinaia di appassionati

Devo essere sincero: la prima volta su un campo da Padel non mi sono divertito. Anzi ho guardato questo gioco con sorprendente diffidenza. Perché mai avrei dovuto utilizzare le sponde di vetro o, peggio, quei centimetri di grata metallica, su quel mini campo da tennis? Io che il tennis poi l’ho praticato tanto fino ai 16 anni. Me lo sono chiesto per due lunghissimi mesi, nei quali la curiosità ha prevalso sulla voglia di abbandonare. Ci sono andato a pochi centimetri, lo ammetto.

Ho praticato quasi tutti gli sport; la pallacanestro è stata la mia ossessione. Personale e lavorativa. Ho speso anni della mia vita in palestra osservando grandi allenatori, su tutti Andrea Trinchieri, ora guida tecnica del Partizan Belgrado, perché volevo capire e studiare. Ecco: posso dire di essere stato un pessimo cestista, ma un eccellente studente del gioco. Con il Padel ho applicato lo stesso metodo. Ho moltiplicato le ore giocate (anche con un maestro), letto libri e divorato filmati su youtube, ma soprattutto ho rubato con gli occhi, osservando i movimenti di quelli più bravi.

La signorilità è quella del tennis, tempo sulla palla e velocità molto differenti. È uno sport di squadra, dove la squadra è formata da due giocatori: chi gioca a destra costruisce il punto, chi sta a sinistra lo deve chiudere. È frenetico, non esistono pause o paure e l’istinto prevale sulla razionalità. È fantasia e adrenalina, una miscela di geometrie, ombre e suoni.

Non è obbligatorio saper giocare a tennis. Me lo ha confidato Gustavo Spector, spirito e carisma infiniti, allenatore argentino della Nazionale italiana (campione d’Europa), nella giornata di stage svolta, lo scorso 18 gennaio, insieme agli appassionati cremonesi, sui campi del Fattorie CremonArena, Piazzale Atleti Azzurri d’Italia, circolo fortemente voluto dalla mente brillante di Enrico Pighi: dopo essere stato manager di Raf, deus ex machina del Fillmore ed aver portato tre volte Vasco Rossi a Cremona, si è accollato, insieme all’ex tennista professionista Laura Golarsa (quarti di finale a Wimbledon nel 1989), l’onere di riqualificare un’area ormai da tempo abbandonata, divenuta in pochi mesi punto di riferimento per chiunque voglia praticare sport da racchetta. I numeri, a meno di due anni dal taglio del nastro, sono strabilianti: in 1200 hanno scaricato l’app per le prenotazione dei campi, i padelisti sono oltre 400, di cui un centinaio ha preso parte ai dieci tornei amatoriali organizzati nel 2019.

È fantasia e adrenalina,
una miscela di geometrie,
ombre e suoni

Dentro quella gabbia senza soffitto, che assomiglia ad una arena da gladiatori in miniatura, ho riscoperto quella sensazione di sentirmi, fisicamente, vivo. Ho bandito il rito dell’aperitivo – perché si gioca solitamente in quella fascia oraria – ed ho bruciato qualche chilo, cosa di cui avevo indifferibile bisogno per questioni di salute. Ho conosciuto una tribù straordinaria, che balla in mezzo ai quei venti (metri) per dieci dove la testa deve correre più veloce della pallina e tutte le emozioni sembrano amplificate.

Il mio compagno di doppio è un post-millenial, rappresentante della generazione Z, cresciuta in mezzo a smartphone e tablet. Mentre lui veniva al mondo, nel 1999, io superavo, non senza difficoltà, mezza annualità dell’esame di meccanica razionale al secondo anno della facoltà di Ingegneria. Ha movenze feline, ma come tutti i predatori è selvaggio e impetuoso. Mancino, passo dinoccolato, più pigro che lento. Talento, tanto. Scostante, capace di colpi geniali ed errori da principiante. Potrebbe rappresentare un personaggio perfetto per un film di Kusturica, almeno nel mio immaginario: sigaretta in bocca, elegante nelle movenze, un po’ scanzonato, un mondo davanti agli occhi pronto da essere vissuto. È un gran bravo ragazzo, intelligente, educato. Mi ci sono affezionato. Nel primo “torneo della salamella” giocato insieme ci siamo arrampicati fino alla semifinale, battuti, con l’onore delle armi, da una delle coppie migliori del circolo.

La benzina inesauribile si chiama divertimento e credo sia il motivo per cui questo sport, ormai decisamente di moda, è in una fase di vigorosa ascesa. Anche in una piazza spesso allergica al cambiamento, come quella di Cremona. Nel 2014 i campi, in Italia, si contavano sulle dita di due mani, oggi sono oltre 1000 per un numero totale di 50 mila praticanti, di cui il 40% donne. Ed anche in città il Padel al femminile sta letteralmente decollando. La Spagna, dove lo sport inventato in Messico è stato traghettato con largo anticipo rispetto al resto d’Europa, rimane un miraggio: in una nazione di 46 milioni di abitanti, i praticanti sono 4.5 milioni, di cui solo 70 mila (nel 2018) tesserati. I dati parlano di uno sport a largo consumo amatoriale, anche se guarda alle Olimpiadi di Parigi del 2024 con occhio interessato. Potrebbe essere la prima volta. Io intanto ho imparato ad amare sponde e grate. Ci ho messo del tempo. Ora sono alleate preziose e non nemiche. Perché finalmente ho capito il Padel: uno sport nel quale la palla non muore mai.