dono

N.26 Dicembre 2021

MISSIONI

Il Natale d’estate tra i vicoli della favela

Don Emilio ha lasciato il Brasile dopo 11 anni da missionario a Salvador de Bahia. Nel suo racconto il senso del Natale cristiano tra celebrazioni, scambi di doni, renne in spiaggia e regolamenti di conti

I ragazzi della parrocchia di Gesù Cristo Risorto a Salvador de Bahia durante la "Folia de Reis" che si è celebrata qualche giorno fa nella favela

Nella povera favela di Salvador, la città che fu la prima capitale del Brasile e che ora è soltanto capitale di uno Stato (la Bahia, quasi due volte l’Italia), uno dei 26 che compongono l’immenso territorio brasiliano, il Natale non è la festa più importante dell’anno. Superato alla grande dal Carnevale (quello di Salvador è il primo carnevale di strada al mondo con 14 giorni di festa), e dalla Festa della Mamma (sì, proprio cosi!), da qualche anno deve fare i conti anche con altro evento, atteso con frenesia, il Capodanno (che chiamano “virada”), con l’arrivo di diverse navi da crociera da ogni parte del mondo (specie dai Paesi più freddi), per quattro o cinque notti consecutive di musica e, di giorno, la frequentazione di spiagge belle ed assolate.
Sì. Perchè ai tropici la solennità del Natale si celebra nel bel mezzo dell’estate.
Per me fu uno choc, il primo anno di missione, non ritrovare il clima invernale, la neve sui monti, il grigio umido della nostra bella pianura, la nebbia che avvolge gli alberi spogli.
Eppure, anche in questo mutato contesto, notavo elementi che ci sono familiari: le luminarie, le vetrine addobbate, lo scambio di doni, le musiche, il babbo natale richiesto per una foto nei centri commerciali e nelle strade del centro, le grandi composizioni tematiche nei luminosi shopping center (si tratta, per lo più, di personaggi tratti dal mondo delle fiabe)…
Insomma, tutti gli ingredienti delle feste di fine anno. Anche quando, tale travaso di un mondo nell’altro, porta a forme che strappano il sorriso: ve lo immaginate il bagnino, a passeggiare sulla battigia, con la cuffia di babbo natale … e la renna di stoffa imbottita sulla spiaggia con la colonnina di mercurio che segna 35 gradi?
Allontanandosi dal cuore della città ed inoltrandosi nelle aree popolatissime del suburbio, si apre un altro mondo. Eppure anche nelle favelas come la mia, in forme certo più povere, si respirava la medesima aria di Natale, data da qualche decorazione luminosa sulla via centrale, da qualche albero addobbato, improbabile neve finta, ghirlande di abete, panettoni.
Simulazioni di un mondo lontano e forse sognato, quello occidentale? Oppure retaggio di un passato coloniale? O semplice espressione di un consumismo che oggi vince e stravince a tutte le latitudini? Probabilmente un poco di tutto questo…
Ma ho sempre cercato di convincere la mia gente, specie i più impegnati, a non lagnarsi troppo della corsa ai regali lanciando anatemi sul Natale d’immagine e consumistico: in fondo il primo Natale dei regali è stato quello di duemila anni fa: sono stati i pastori e i Magi a viverlo cosi, quale umile risposta ad un immenso dono!
A questo del resto serve il tempo dell’Avvento. A riscoprire tutto il nostro bisogno e darsi le ragioni di quanto necessitiamo del dono di quel Bambino. In preparazione alla solennità anche a Salvador il tempo volava: la Novena nelle case, a piccoli gruppi, il ritiro di Avvento con tutta la comunita (in un luogo che ridestasse anche la comune sete di Dio). E poi un grande gesto pubblico, a metà tra il religioso e il profano, espressione di una pietà popolare nata soprattutto nelle regioni dell’interno (sono molti i favelados che provengono da quelle aree), mai sopita ed anzi sostenuta con intelligenza da gran parte della Chiesa brasiliana. Mi ci vorrebbero quattro pagine a descrivere l’evento che unisce, una volta l’anno, uomini e donne, ragazzi, giovani ed adulti, bianchi e neri, e, lo scrivo con un brivido di commozione, le varie aree della favela divise per fazioni ed in lotta tra loro. Si chiama “Folia dos Reis”, con centinaia di persone ai margini delle strade e dei vicoli della favela, o affacciati alle finestre di casa, ad ammirare il lungo corteo composto da musici, cantori, percussionisti, lettori, cantori , persino pagliacci… e i tre re magi preceduti dalla stella. Un modo festoso e popolare che rimette al centro il grande avvenimento, il fatto storico della nascita di Gesù e l’adorazione dei Magi (tre ragazzini che, accompagnati da musiche e balli, si staccano momentaneamente dalla marea di persone al seguito per recarsi in alcune abitazioni private ed omaggiare il Bambino, ottenendo in cambio dolci e bevande).
Per l’occasione, in un misto di curiosità e nostalgia, metton fuori la testa dalla propria finestra anche coloro che hanno abbandonato la nostra fede o sono passati ad altri mondi religiosi.

Le persone lo aspettavano
esigevano quell’abbraccio

E poi c’è lui, il Natale. «Nemmeno Natale è una sera normale» cantava Lucio Dalla. In effetti la notte santa sempre presentava qualcosa di straordinario.
Una breve rappresentazione accompagnava la Messa piena di canti alle otto di sera: al termine, l’ho proprio imparato dalla mia povera gente, un grande abbraccio a ciascun presente, sulla porta della chiesa. Non era furbizia pastorale o tattica dei sacerdoti. Le persone lo aspettavano. Esigevano quell’abbraccio, quasi a poter assaporare il concreto abbraccio di un Dio che si fa carne e compagnia alla nostra vita.
Oltre la soglia della chiesa, un banchetto nel quale persone generose offrono, a nome della parrocchia, spumante e panettone, segno della gratuità con la quale Lui ci viene incontro.
Ma il Natale in favela non è una sera normale anche per una seconda ragione: dopo la chiesa, di fretta, si ritorna tutti alle proprie case per una cena molto speciale, coi figli, i nipoti, i parenti provenienti dall’interno della Bahia, e anche i vicini, intorno a tavoli posti spesso nel bel mezzo della strada e dei vicoletti.

Ma potrebbe anche presentarsi, quella sera, un’altra sorpresa, temuta dai molti ed attesa dai pochi: proprio la notte Santa diventa il momento di quei “regolamenti dei conti” cui sono stato mio malgrado spettatore un paio di volte. Ad un’ora non fissata da qualcuno, all’improvviso vedi un corri corri, gente che riporta nelle prorie case tavoli, pentole e piatti, abbassa o spegne le casse acustiche e nell’aria senti solo degli spari, e poi delle grida. Qualcuno, profittando della confusione di quella notte, ha posto mano ad un’arma per regolare conti antichi o recenti…
Quindi l’arrivo delle macchine della polizia, l’assembramento dei curiosi, il pianto dei familiari e degli amici.
Più tardi, quasi a notte inoltrata, nuove persone ritornano alle proprie case e si aggiungono alle antiche: sono gli evangelici (protestanti) usciti soltanto a tarda ora dalle proprie chiese, dopo culti interminabili. Ci ho messo l’orecchio, a volte, spinto dalla curiosità: alla predicazione di pastori appassionati si alternano canti bellissimi, cantati a squarciagola da tutti i presenti o, nel caso degli spirituals, da piccole corali.
È notte santa anche per coloro che, per lo più discendenti da radici africane, si radunano nei luoghi che considerano sacri (cortili o giardini recintati) per celebrare antichi riti retaggio delle culture d’origine. Con balli tamburi gridano e cantano ad un Dio lontano, irraggiungibile e misterioso al quale raccontano con sincerità invidiabile il loro umanissimo bisogno. Vecchi, adulti di mezza età ed anche diversi giovani, tutti vestiti di bianco. Molti sono amici miei e al vederli mi si è stretto più volte il cuore, perche il Natale, mi ripetevo, è un’altra cosa… Li ammiro, però quel Dio misterioso e lontano a cui si rivolgono, è sceso e si è fatto uomo, uno di noi, con una faccia, una bocca, un naso, degli occhi, una voce, delle braccia, un cuore ed è nella carne che sta al nostro fianco.
Il mattino del 25 intere famiglie stazionano alle fermate dei bus, in abiti da spiaggia, portando con sé contenitori carichi di birra, carne e formaggi da affumicare sulle spiagge.
Per chi rimane, dopo il ritardato risveglio, ci sono le chiese, i piccoli bar, le strade… Giovani e adulti organizzano giochi all’aperto per i bambini. Ci siamo sempre anche noi cattolici, in questo slancio festoso e solidale, ci mettiamo in prima fila, ma non da soli.
Poi volge al termine la giornata del Natale, festa di un Dio che ha dato tutto se stesso per noi. E ci rimettiamo in cammino, attraversiamo in lungo e in largo le cento stradine della favela offrendo piccoli doni ai mille bambini che accorrono sorridenti: un altro piccolo segno di una grande letizia.