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N.23 Settembre 2021

MIGRAZIONI

Il viaggio di Yannick, «lottatore di speranza»

«Non so nuotare – confessa Yannick– e l’idea della traversata mi riempiva di paura, ma nessun ostacolo può frenare chi non ha nulla da perdere»

«Mi chiamo Yannick Som. Ho 25 anni e da cinque vivo in Italia. Sono nato in Costa d’Avorio, sono arrivato qui attraversando il deserto e il mare». Seduto su una panchina di piazza Roma, Yannick si racconta. Lo fa con gesti geometrici, precisi come i pensieri che mette in fila ricostruendo il passato e delineando un futuro ancora incerto, riassunto nel titolo del libro che ha recentemente pubblicato. «“Una vita senza speranza” – cita – Lo so, è un po’ forte, ma per capire certe cose bisogna viverle sulla propria pelle. Per questo ho deciso di parlare della mia storia e di quella di chi ho incontrato lungo questo viaggio. Papa Francesco ci ha definiti “lottatori di speranza”, ed è vero: chiunque parte lo fa perché desidera una vita migliore, ma pensiamo mai a chi non ce l’ha fatta ad arrivare fino a qui?».
Per Yannick, la strada è stata in salita fin dal primo respiro: nella sua cultura d’origine, dove la mortalità per parto è altissima, nascere podalico è considerato un pessimo segno: «Mi hanno accusato di essere uno stregone, qualcosa di malvagio: secondo la tradizione Lubi, chi nasce così dev’essere dato alla morte. Mia madre ha voluto proteggermi, ero l’unico figlio… Così dopo la morte di mio padre si è trasferita con me in un’altra città e ha fatto una nuova famiglia, da cui è nato il mio fratellino».
La serenità dura poco: Yannick ha solo quattordici anni quando la mamma muore. Per lui, come per tanti bambini della sua età, inizia la vita di strada: «Più che vivere è sopravvivere: ogni notte trascorsa ringrazi il cielo per non essere catturato dalla polizia o ucciso da delinquenti e sfruttatori».
La scelta di partire nasce da una domanda semplice solo in apparenza: «Se rimango, che futuro posso avere?». Così lascia la Costa d’Avorio e trascorre due anni in Burkina Faso, qualche mese in Niger e più di tre anni in Libia, scampando a rapimenti e torture. Prima del mare, il deserto.

«A un certo punto chiunque
si pente di essere partito,
ma non si può fare retromarcia
Chi ce la fa non è più forte,
è solo più fortunato»

«Nessuno ne parla, ma non è semplice uscirne vivi. Bisogna camminare sotto il sole per giorni, per strada si incontrano i corpi di chi non ce l’ha fatta». Alcuni abbandonati lungo il tragitto, altri sepolti alla bell’e meglio, con solo una maglietta stesa sul tumulo ad indicare la tomba. «Ad un certo punto chiunque si pente di essere partito, ma non si può fare retromarcia. Ti trovi lì e puoi solo andare avanti… Su cento che partono, pochi sopravvivono. Chi ce la fa non è più forte, è solo più fortunato».
Mentre lo dice, accarezza una cicatrice sul dorso della mano: ognuna è un ricordo della strada, di cose vissute e rimaste sottopelle, anche ora che sono distanti. «A volte c’è chi tratta i migranti un po’ come se fossero turisti… Ma nessuno lascia il suo letto per andare a dormire sulla sabbia del deserto. Nessuno parte per mare sapendo che rischia di morire, a meno che l’acqua non sia più sicura della terra. Quando si parla di morti non si può ragionare in cifre. Le persone non sono numeri. Nessuna vita è “poca”, ognuna ha valore».
Il ragazzo abbassa lo sguardo e riavvolge il nastro dei ricordi fino alla mezzanotte del 23 dicembre 2015, quando a bordo di un’imbarcazione improvvisata lascia le coste libiche per raggiungere l’Italia. «Non so nuotare – confessa – L’idea della traversata mi riempiva di paura, ma nessun ostacolo può frenare chi non ha nulla da perdere». Quindici ore a bordo di un gommone, su cui nemmeno chi sta al timone pare conoscere la direzione giusta. «Bisogna solo andare dritto, dicono – Yannick indica un orizzonte immaginario – Ma da lontano il cielo e il mare sembrano incrociarsi».

«Bisogna dare a chi arriva
la possibilità di dimostrare chi è
A noi spetta il compito di dare il meglio»


Alle 14.45 del 24 dicembre approdano a Reggio Calabria, soccorsi da Marina militare e volontari. Contando sulla punta delle dita, il giovane ivoriano elenca le tappe del suo percorso: Crotone, Milano e infine – il 29 dicembre – l’arrivo in provincia di Cremona, nel centro di accoglienza di Binanuova. Da lì ha intrapreso un percorso d’integrazione lungo cinque anni: prima il diploma di terza media, poi il primo impiego in una casa di riposo della provincia, ora in una clinica cremonese. «Io ce l’ho fatta, ma nel centro di accoglienza eravamo una cinquantina di migranti, solo due di noi sono riusciti ad inserirsi. Alcuni sono partiti clandestinamente per la Francia o la Germania, altri vivono per strada. A volte l’impegno non è sufficiente, se dall’altra parte non c’è pazienza e ascolto. Bisogna dare a chi arriva la possibilità di dimostrare chi è, senza pregiudizi. A noi sta il compito di dare il meglio».
Su queste basi è nato il gruppo teatrale “Cuore d’Oro”, fondato da Yannick con alcuni amici che hanno condiviso lo stesso destino. «Proviamo a mettere in scena la nostra realtà, per far capire al pubblico cosa significa partire, integrarsi, sentirsi accolti».
Come la notte di quel 24 dicembre: «Invece di festeggiare il Natale con la famiglia, i volontari erano lì per noi. Queste persone sono come l’acqua: spesso non considerata perché ne abbiamo in abbondanza, ma è ciò che ci mantiene vivi».

IL LIBRO

“Una vita
senza speranza”

L’opera parla di me, ma quando parlo di me, parlo anche di tutte le persone con le quali la vita è stata severa. Parlo di chi ha mille motivi per piangere, ma tiene duro, rifiutando di lasciar cadere le proprie lacrime. Parlo di chi ha mille ragioni per lamentarsi, ma invece si adatta alla propria realtà. Parlo di chi si trova in una situazione con mille motivi per odiare, ma invece ha scelto di amare: cerco di essere voce di tutte le persone senza tetto, ma soprattutto – in questa società spesso distratta e addormentata – rappresento tutti quei ragazzi a chi è stata attaccata l’etichetta di “ragazzi di strada”. Ho scritto per chi non ha voce, per chi è bullizzato nella società, per tutti i bambini senza diritti nel mondo, ma soprattutto a nome di tutti quei bambini nei campi di cacao in Costa d’Avorio, e che lavorano per farvi avere la Nutella. Ho alzato la voce nel nome di tutte le donne che soffrono sotto un sistema maschilista, ma soprattutto per le mamme dei Paesi poveri che vedono i loro bambini morire perché vivono in posti dove la prepotenza dell’economia e della politica chiude gli occhi di fronte alla loro sofferenza e ai bisogni primari.

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