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N.02 Giugno 2019

LA STORIA

Io, Grégoire e i matti da slegare

La psicoterapeuta cremonese Anna Ferragni racconta il suo incontro con Grégoire Ahongbonon l'uomo che dedica la sua vita a spezzare le catene (catene vere) che tengono legati agli alberi i malati psichiatrici nei villaggi d'Africa

Ci sono incontri che stravolgono l’esistenza perché irrompono con una forza e una vitalità nuove. Come è accaduto ad Anna Ferragni, psicoterapeuta cremonese di stanza a Padova. Sposata e appassionata del suo lavoro, si muove per curiosità. Ed è per curiosità che una sera partecipa a un incontro dove il relatore è un certo Grégoire Ahongbonon, un africano di 67 anni dall’aria mite.

Ex gommista e proprietario di taxi, da quasi trent’anni si occupa della liberazione e della riabilitazione dei “matti d’Africa”, cioè quelle migliaia di persone che ancora oggi vivono in condizioni disumane (incatenate a terra o agli alberi dei loro villaggi) perché considerati posseduti, quando in realtà sono solo epilettici o disagiati psichici.

Nato in un piccolo villaggio del Benin al confine con la Nigeria nel 1953 da una famiglia di contadini, nel 1971 emigra in Costa d’Avorio per lavorare come riparatore di pneumatici. Conosce, negli anni successivi, un periodo di prosperità economica che lo porta a diventare proprietario di alcuni taxi.

foto di Heinze Heiss e Andreas Lobe cortesemente concesse Freundeskreis St. Camille

Tuttavia, verso la fine degli anni Settanta, gravi disavventure finanziarie lo portano al fallimento economico. Dopo una grande crisi personale, in cui aveva pensato anche al suicidio, Grégoire racconta di aver trovato la fede: insieme alla sua famiglia decide così di dedicare la sua vita agli ultimi degli ultimi. Non solo i poveri, ma i malati mentali – una categoria umana di cui raramente si sente parlare in terra africana.

«Gli amici non pensavano
sarei andata davvero fin laggiù
per seguire uno
che avevo ascoltato solo una sera»

ANNA FERRAGNI

Sono oltre 100 mila le persone curate fino ad oggi, undici i centri di recupero dedicati a San Camillo de Lellis fondati in quattro Stati africani diversi e un sacco le grane perché la sua opera vive solo grazie agli aiuti dei tanti amici e associazioni che lo sostengono, ma in qualche modo dà fastidio alle poche, esclusivissime cliniche psichiatriche presenti in Togo, Benin e Costa d’Avorio.

Per Anna ascoltarlo parlare quella sera è come una boccata di aria fresca: perché per lui l’uomo è veramente al centro di tutto e in qualche modo le ha restituito il senso della sua vocazione di medico psicoterapeuta. Così decide che deve vedere e toccare con mano una realtà fino a poche ore prima per lei inimmaginabile: una realtà fatta di abbandono e miseria, ma anche di profonda umanità e fede. «Una fede che spezza le catene», amano ripetere gli amici di Grégoire.

In capo a poche settimane, per una serie di casualità bizzarre e per la sua volontà granitica, Anna sospende il lavoro in Italia e parte alla volta dell’Africa. «All’inizio i miei amici mi prendevano in giro, non pensavano sarei andata davvero fin laggiù per seguire uno che avevo ascoltato parlare solo una sera». Eppure Anna scommette tutto su quell’intuizione. E il tempo le darà ragione.

Quando arriva in uno dei grandi centri gestiti da Grégoire a Cotonou, la capitale amministrativa del Benin, ad accoglierla c’è un grande cartello blu che riporta una frase di San Camillo de Lellis: “I malati sono gli occhi e il cuore di Dio: rispettali”. Un pugno allo stomaco, per la chiarezza educativa che portano con sé quelle poche scarne parole.

“Una volta arrivata lì, ogni giorno è stato una scoperta» racconta Anna. Le giornate iniziano il mattino prima dell’alba, con la Messa. Poi si sale in jeep e si gira per i villaggi o nelle città per cercare i malati. «Grégoire non è medico, non è psichiatra, ma ha un occhio clinico come raramente ne ho visti. Ha un dono grande, in qualche modo riconosce le persone bisognose davvero quasi al primo sguardo».

È lui stesso a raccontarci come è iniziato tutto.«Mi identifico in loro, nei malati, perché io stesso ho sofferto tanto ed ero come loro. Il dolore e le prove che ho vissuto mi hanno permesso però di ritrovare la strada della Chiesa e la mia fortuna è stata quella di incontrare un prete missionario, che ha saputo accogliermi e che mi ha pagato un biglietto aereo per Gerusalemme. Durante questo pellegrinaggio a Gerusalemme ascoltai un prete durante l’omelia dire che ogni cristiano deve partecipare alla costruzione della Chiesa posando una pietra. È questa pietra che ho iniziato a cercare al mio ritorno dalla Terra Santa, insieme a mia moglie». Mettono in piedi un gruppo di preghiera, poi iniziano ad andare all’ospedale a trovare i malati, poi i carcerati.

«Un giorno – racconta Grégoire – ho incontrato un malato mentale sulla mia strada, un malato tutto nudo che frugava nella spazzatura. È vero, i malati mentali in Africa vengono guardati da tutti come persone pericolose, come persone possedute dal diavolo. Pensavo anch’io che fossero pericolosi ed avevo paura di loro. Ma quel giorno, guardando quel malato che frugava nella spazzatura alla ricerca di qualcosa da mangiare, a forza di continuare a guardarlo, ho cominciato a dirmi: ma questo Gesù che io vado a cercare nelle chiese non è lo stesso Gesù che soffre in persona attraverso questi malati?».

«Mi identifico in loro,
nei malati,
perché io stesso ho sofferto tanto
Ero come loro»

GREGOIRE AHONGBONON

Anche Anna, che con la fede ha un rapporto altalenante, impara a seguire Grégoire in tutta la sua routine quotidiana fatta di incontri, ascolto, preghiera, salmi cantati in auto mentre questa sobbalza tra le buche delle strade africane. «Un Salmo che cantano sempre Grégoire e i suoi recita: “Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi?”. Ed è proprio la domanda “cos’è l’uomo?” a muoverlo ogni giorno, instancabilmente».

Quando si incontra un malato lo si accoglie, lo si ripulisce e riveste di nuovo.Qualcuno è ancora incatenato agli alberi, «ma fortunatamente sono sempre meno», racconta ancora Anna.«Molti però vivono ai margini dei villaggi, allontanati da tutto e da tutti. E quindi stanno male. Altri invece vengono portati dagli stregoni locali in questi cosiddetti campi di preghiera dove vengono sottoposti a percosse e digiuni e riti strani che invece che guarirli non fanno altro che peggiorare la situazione psichica dei malati».

Non è che in Africa l’incidenza della malattia mentale sia più alta che in Italia. Semplicemente laggiù non vengono curati, la malattia si acutizza e dunque è più frequente vedere in giro persone sofferenti. «Ma Grégoire non se ne lascia sfuggire neanche una perché ai suoi occhi ciascuno è prezioso. Alcuni hanno magari solo bisogno di essere ascoltati, lavati e ripuliti. Altri invece hanno anche bisogno di cure farmacologiche».

E dopo?. «Dopo c’è tutto un lavoro per il reinserimento nella società. Per questo esistono i corsi di lavoro, in cui i matti imparano un mestiere prima di tornare nelle proprie comunità».

Qualcuno, una volta guarito, sceglie però di rimanere. Come suor Pascaline, un tempo malata e oggi invece religiosa consacrata. «Come lei ce ne sono tanti altri: questo è il vero merito forse di tutta l’opera di Grégoire e dei suoi amici. E cioè che il bene genera bene».

Una storia che rimane impressa ad Anna è quella di Justine, una giovane ragazzina considerata “matta” e “portatrice di sventura” in quanto epilettica e perché suo papà era morto poco dopo la sua nascita. Trovata in un villaggio, viene portata in un centro dove inizia le prime cure. La madre tuttavia la rintraccia e inizia a parlar male di lei a tutto il personale medico. Grégoire decide così di spostarla segretamente in un altro centro, dove la giovane inizia a studiare. «La guardavo e la vedevo rinascere giorno per giorno, mi ha commosso», racconta Anna.

Ma che cosa muove un uomo come lui ogni giorno, senza cedere a fatica o disperazione? È lui stesso a raccontarlo: «Trovo ogni giorno qualcosa di nuovo per me attraverso questi malati, perché il lavoro è ricominciare ogni giorno. Ogni mattina a farmi alzare è la certezza che incontrando i malati mentali io incontro Gesù Cristo. Tutte le mattine, prima di recarmi nei centri, vado innanzitutto a messa. È il desiderio di incontrare Gesù in questi malati che mi permette di continuare ogni giorno».

Anna è schiva, non azzarda parole così grandi. Ma è certa di una cosa: tornerà in Africa quest’estate. D’accordo con il marito che la incoraggia e la sostiene. Perché – dice – «anche io lì mi sono sentita un po’ rinascere, proprio come accaduto a Justine e a tutti gli altri “matti” incontrati sul cammino».