altri

N.02 Giugno 2019

SPORT

Tifo contro… e me ne vanto

Due raffinati commentatori sportivi si abbandonano ad una appassionata confessione che accomuna tanti (tutti?) i tifosi di una squadra di calcio Con civile assenza di fair-play raccontano le serate di coppa in cui hanno esultato per il gol di squadre olandesi o addirittura per la Corea del Nord

Ringrazio l’Ajax per aver eliminato la Juventus in Champions. Dal giorno dopo, Google mi ha bombardato di notizie sulla squadra olandese, comprese le partite di campionato e coppa nazionale. Non era necessario, ma non deve essergli sfuggito che avevo messo, come foto del profilo whatsapp, la divisa biancorossa. Ammetto anche di aver ricevuto e ricambiato diversi “forza Ajax!”. Da tempo, ho condiviso con gli amici, la sensazione di essere più contento per una sconfitta della Juve che per una vittoria dell’Inter. Non so se sia eticamente giusto, ma è così.

Da quanto tempo? E cosa c’entra il Labrador di mio fratello?

Provo a cercare delle ragioni lontane. A 7 anni ho pianto perché l’Inter aveva perso lo scudetto all’ultima giornata, a favore della Juve. Il portiere, Giuliano Sarti, aveva palleggiato con il pallone sulla linea di porta, poi se l’era lasciato sfuggire. Ho passato due giorni a chiedermi se doveva proprio palleggiare sulla linea di porta: non poteva andare un metro avanti? A Borgo Loreto, quando avevo 15 anni, c’erano ancora i Vespri della domenica pomeriggio. Poi, saggiamente, li hanno tolti perché si sovrapponevano a Tutto il calcio minuto per minuto. La funzione cominciava alle 15, la trasmissione radiofonica alle 15 e 30. Quando don Franco iniziava il salmo: “Perché voi, montagne, saltellate come arieti e voi, colline, come agnelli? “(salmo 114) ero cosciente che, dallo studio centrale, Roberto Bortuluzzi stava per dare la linea ai campi collegati per il solo risultato del primo tempo. Al momento di “trema, o terra, al cospetto del Signore”, sognavo si ripetesse quella volta di: “A San Siro: Milan 1, Inter 4”. Meno male che, nella celebrazione, restava solo il momento di adorazione.

Al 10’ del secondo tempo, ero comunque già a casa a seguire la radiolina. Una domenica di ottobre sono stato colpito da un evento che definirei traumatico. «Finale da Como: Como 1, Juventus 0». Dopo pochi minuti – fatto mai successo nella storia di Tutto il calcio minuto per minuto – l’intervento a sorpresa: «prendiamo la linea da Como: pareggio della Juventus». Ma la partita, non era finita? Immediata (e doverosa) la spiegazione del radiocronista: “la partita non è terminata come sembrava e nel prosieguo, Cuccureddu, da fuori area, ha messo a segno il gol del pareggio dei bianconeri”. Il lunedì si è scoperto che l’arbitro aveva punito una bestemmia del capitano del Como e concesso un calcio di punizione a favore dei bianconeri. Previsto a livello di regolarmento, ma non era mai successo prima e non è più successo dopo.

Una volta, il mio papà, in occasione di un Juve-Real, finale di coppa dei campioni, alla mia esultanza per il gol di Mijatovic, era venuto dal soggiorno a dirmi: «Non ti dispiace per tua nipote Francesca, che tiene alla Juve?». Con mio papà non era possibile discutere di questioni etiche. Tra me, restavo comunque contento del gol del Real, mi dispiaceva in effetti un po’ per la Franci, ma pensavo, ecumenicamente, che la sua delusione potesse essere compensata dalla gioia di una bambina madrilena.

Tra le soddisfazioni di tifare contro la Juve – revoca degli scudetti e retrocessione in serie B a parte – ci metterei la vicenda di Roberto Baggio. A Firenze aveva più volte dichiarato: lo scriverò sui muri, odio due colori, il bianco e il nero. Poi i Pontello avevano venduto la società, scorporando il giocatore, ceduto privatamente alla Juve. Quando è tornato a Firenze, alcune stagioni dopo, il Divin Codino ha clamorosamente rinunciato a tirare un calcio di rigore contro la Fiorentina (l’ha calciato De Agostini, sbagliandolo). Al momento dell’uscita dal campo, un tifoso gli ha lanciato una sciarpa viola e lui l’ha tenuta sul collo, fino agli spogliatoi. Delitto di lesa Juventus: per me, da incorniciare.

Devo ancora spiegare la storia del cane. Quelli che adotta mio fratello Antonio, hanno tutti un deficit uditivo. In questi giorni, quando arrivo a casa sua per vedere assieme la partita, Cuba si rifugia in un angolo della cucina. Posso assicurare che sui 3 gol dell’Atletico Madrid alla Juve, due validi e uno ingiustamente annullato, ho gridato: goool! per uno soltanto. Avrei urlato anche per il secondo, ma non avevo capito bene come il pallone fosse finito in rete. Non c’era Ronaldo sulla traiettoria? La sera del ritorno non avevo detto “bau”. Poi è arrivata l’Ajax. 

Testo di Giovanni Ratti

Non so chi abbia messo in giro la diceria che io sono uno che tifa contro. Uno che è contento quando le cose vanno storte alle rivali più o meno storiche della mia squadra, anche quando la mia non ci guadagna un tubo. Sulle sponde del Reno la chiamano schadenfreude, su quelle del Po lo chiamiamo gufare, in nessun caso è un sentimento di cui vantarsi in giro.E io infatti respingo, con vigoroso sdegno, l’insinuazione. Tutto il contrario: io ho sperato a turno in tante di quelle squadre che ho perso il conto, dal Celtic al Manchester United, dal Tottenham al Benfica, dal Borussia Moenchengladbach quello della lattina di Bonimba al Marsiglia quello dei lampioni spenti e alla Stella Rossa quella della nebbia, anche per squadre che di per sé mi stanno sull’anima come Ajax e Barcellona, perfino per squadre scioglilingua come Trabzonspor e Turun Palloseura, e una volta nella vita addirittura per la Corea del Nord… Ora, uno che ha un curriculum di sia pur effimere simpatie tale che farebbe prima a scrivere col gesso sul muro “viva tutti”, può essere sospettato di nutrire in segreto passioni inconfessabili? Vero, incidentalmente quelle squadre in quelle sere giocavano contro squadre italiane diverse dalla mia, quasi sempre (ma mica sempre) quelle di Milano, ma giuro su una montagna di bibbie – come dice Kit Carson quando vuol far passare una bugia – che si tratta di sfortunate coincidenze.

No, eh? Dici che se questo fosse un processo non mi salverebbe nemmeno Perry Mason? Ebbene sì, come dice Stanislao Moulinsky quando Nick Carter lo smaschera, vuoterò il sacco: sono un gufatore seriale, un anti-tifoso recidivo.

E non aspettarti che faccia finta di essere pentito perché tengo a chiunque giochi contro le squadre milanesi, lo farei anche se non sapessi benissimo che dall’altra sponda ci ricambiano con trasporto perfino maggiore (mica l’ho dimenticata la medaglia a Magath).

Siamo fatti così, noi malati di pallone, mica per niente quella che ci accomuna al di là dei colori è una patologia, se fosse una cosa sana non lo chiamerebbero tifo. Con le milanesi la spiegazione è semplice, ci detestiamo cordialmente per l’eternità. Io ne accetto fino in fondo le conseguenze, anzi non sopporto chi fa lo “sportivo”, quelli che “io sono milanista ma in Europa tengo a tutte le squadre italiane”… I casi sono due: o dici le bugie o – per tua fortuna – non sei un tifoso all’ultimo stadio.

Più complicato, e meno lusinghiero ancora, è rendere conto del mio tifo contro “tutte” le altre italiane. Sperando che Gianluca Vialli non legga queste righe, ce lo vedi, il tifoso della mia squadra che con la Coppa dei Campioni ha un complesso così grosso che al confronto Edipo scoppia di salute, e spera che la Coppa se la prenda prima la Sampdoria?

D’altronde l’unica volta che ho fatto un’eccezione mica ha portato bene: è capitato nel ’70 col Cagliari in Coppa dei Campioni. A me quel Cagliari stava misteriosamente simpatico, ma questo non gli portò fortuna, dato che fu eliminato al secondo turno.

E la Corea? Quello è un caso di psicopatologia infantile: avevo undici anni e ai Mondiali in Inghilterra Edmondo Fabbri fece giocare in porta Albertosi invece del mio idolo Anzolin e quando Pak Doo Ik fece il tiro che Anzolin avrebbe parato e invece mandò a casa gli azzurri c’era tutta Italia umiliata e offesa tranne un undicenne che saltava come un grillo, così impari… Va bene, adesso ho confessato e mi sento meglio. Così meglio che mi sento di fare una promessa: non lo faccio più. Per quest’anno.