caos

N.47 febbraio 2024

relazioni

Un bambino, la sua «vecchia pazza» e il caos dove hanno imparato a incontrarsi

Leonardo ha otto anni e mezzo molta voglia di giocare e la sindrome di Down. Martina ne ha quarantacinque, è la sua insegnante di sostegno, che, talvolta, chiede di essere sostenuta

«Dai, vai a giocare con i compagni adesso».

Leonardo si scioglie dall’abbraccio di Martina (i nomi sono di fantasia, il resto no), le regala una carezza e una linguaccia.

«Vecchia pazza».

Glielo dice mentre corre verso gli amici, che lo aspettano per giocare nel cortile della scuola.

Leonardo ha otto anni e mezzo – ci tiene a precisarlo – molta voglia di giocare e la sindrome di Down. Martina ne ha quarantacinque, è la sua insegnante di sostegno, che, talvolta, chiede di essere sostenuta.

Ad unirli una relazione complessa, ma bellissima. «Con Leo, ormai, vivo nel caos. I miei piani vengono continuamente sconvolti, perché lui mi chiede di adeguarmi ai suoi ritmi. Che non sono i miei. Eppure cammina, spesso anche molto spedito, ma in modo totalmente imprevedibile».

Si sono conosciuti un anno e mezzo fa, quando hanno iniziato, insieme, la prima. Il loro percorso, a detta dell’insegnante, è costellato da alti e bassi, ma, soprattutto, dalla totale impossibilità di fare previsioni. «Disegna, corre, si esibisce in combattimenti all’ultimo sangue contro nemici immaginari, mentre i compagni seguono la lezione di italiano. Lui fa tutt’altro. Poi, senza preavviso, urla “femminile” quando la maestra Anna chiede quale sia il genere del sostantivo “sedia”». Gli occhiali di Martina si appannano leggermente quando racconta questi aneddoti.

Si ferma un istante e lo cerca, in mezzo agli altri bambini, per controllare che stia bene. Anche lui la cerca, per essere certo che lei controlli che stia bene. Nel frattempo, tiene una sorta di show di fronte agli amici.

«Probabilmente sta dicendo a tutti i suoi compagni che sono una specie di arpia senza cuore, perché questa mattina gli ho fatto fare tardi a musica. Volevo che si mettesse le calze da solo, ormai è grande, ed è nata una discussione infinita». Martina scuote la testa, ma fatica a trattenere le risate. «Ad un certo punto, pur di farmi contenta, le ha infilate in fretta e furia. Ovviamente al rovescio. Non potevo perdere l’occasione di prenderlo in giro, quindi ora si vendica. Ma è il nostro modo di interagire: io non rinuncio alla mia ironia; lui la capisce e la usa a sua volta».

C’è una libertà di fondo che si coglie nel rapporto tra Leo e la sua maestra. Guardandoli non si può che pensare ad una coppia di amici. O ad un comico con la sua spalla.

A una madre con suo figlio.

«Non volergli bene è impossibile, perché è un fenomeno. Per questo a volte mi arrabbio: ha le potenzialità per diventare autonomo, ma non vuole. Non ne comprende l’importanza». I pensieri di Martina corrono lontano, a quando Leo sarà grande. Si capisce dall’indice destro, che inizia a scavare un solco nel palmo della mano opposta. Le labbra si contraggono appena. «Uno dei suoi mantra suona più o meno così: “A me che me ne frega”. E sa che questa cosa mi fa impazzire perché, quando qualcosa gli interessa, può fare davvero grandi cose».

«Uno dei suoi mantra suona più o meno così:
“A me che me ne frega”.
E sa che questa cosa mi fa impazzire
perché, quando qualcosa gli interessa,
può fare davvero grandi cose»

Si prende un piccolo momento di pausa, e scende il silenzio. Non assoluto. Le voci di Leo e dei compagni restano in sottofondo. Martina, però, non parla. Sfoglia i disegni del “suo” bambino, facendoli passare uno ad uno. Scarabocchi, tratti incerti, pennellate insicure e confuse. Qualche scheda appena iniziata, un paio di giochi con le lettere e un album da colorare.

«Poi fa questo».

Tra le mani ha un cartoncino che potrebbe essere la riproduzione di un Pollock. È il caos totale. Al centro, però, una lettera “U” quasi perfetta.

«Tre settimane di esercizi sul quaderno senza alcun successo. Scontri, chiacchierate, rinforzi positivi e incoraggiamenti. Nulla da fare. Il suo rifiuto mi ha sfinita – a volte succede –. Ieri, in totale autonomia, prende pennarello viola e goniometro; alza la testa e urla “Marti, ho fatto U”».

Questa volta Martina deve sfilare un fazzoletto di carta dalla borsa. Leo sembra accorgersi del momento particolare e si avvicina alla sua maestra. Di nuovo un abbraccio, una carezza e una linguaccia. Stavolta reciproca.

«Siamo questi. Leo è questo. Il suo modo di essere lo porta ad alternare momenti molto diversi tra loro. Alcuni di grande coinvolgimento, altri di totale distacco. La meraviglia sta nel fatto che nella sua assoluta imprevedibilità, lui trova un senso. È l’incarnazione del passaggio da chaos a kosmos. Ci sono situazioni in cui dimostra di aver acquisito competenze cognitive e relazionali di altissimo livello. Subito dopo torna a suonarsi la pancia come un tamburo, durante la lezione».

Quello di Martina e Leo è un universo straordinario: aperto a tutti, comprensibile a nessuno. Nonostante questo, tutto, prima o poi, accade. Senza preavviso, senza fare proclami. Ma accade.

La mano della maestra sfiora, un’ultima volta, l’angolo dell’occhio sinistro.

«Probabilmente alla fine di questi cinque anni ci saluteremo, ma sono certa che porterò Leo sempre con me. Scombinato com’è, non ha potuto che entrare nella mia vita in modo esplosivo. Eppure, nonostante tutte le fatiche, la sta rendendo sempre più bella».

L’intervallo sta per finire ed è il momento di tornare in classe. Martina comincia a preparare il materiale sul banco. Accanto al libro di inglese alcune matite e un righello. Leo arriva al suo posto, accompagnato dagli amichetti.

«Oggi lavoriamo insieme ai compagni?».

La risposta non tarda ad arrivare. Un manrovescio mancino semina il panico tra i pastelli colorati già pronti per il lavoro pomeridiano. E una voce, sottile, ma carica di amorevole ironia, arriva alle orecchie di tutti.

«Vecchia pazza».