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N.21 Maggio 2021

SPORT

C’è un sogno da cullare nella scintilla del talento

Un'atleta, un insegnante e un allenatore ci guidano alla scoperta della luce del talento Come riconoscerla, come farla brillare e farla crescere insieme alla persona che la custodisce

foto Adrià Crehuet Cano (Unsplash)

A cinque anni, Mozart componeva e si esibiva in concerto. A sette, Picasso firmò il suo primo dipinto. Intorno ai dieci, Maradona promise che avrebbe giocato per l’Argentina e vinto un Mondiale da protagonista. Che si tratti di musica, di arte o di sport, il genio si manifesta in tenera età. Ma il genio assoluto è l’eccezione. Più diffuso è invece il talento, una luce che si rivela in varie forme nelle abilità spontanee di tanti bambini (anche insospettabilmente vicini alla nostra quotidianità) e che richiede di essere accompagnata con cura nel tempo. Prima accesa e poi mantenuta, incoraggiata, anche protetta.
In Italia, il 36% dei tesserati per le federazioni sportive è compreso nella fascia d’età tra gli 8 e i 13 anni. Solo in provincia di Cremona 3.500 giovani giocano a calcio, diverse migliaia a basket e pallavolo. Altre numerose centinaia nuotano, vanno in bici, praticano il tennis, l’atletica o il canottaggio. Pochi di loro, forse cinque, dieci, massimo venti, riusciranno a trasformare il loro sport in un lavoro.
Eppure il talento è nascosto tra i sogni e l’energia della loro gioventù, magari in qualche campetto buio di periferia fuori dalle rotte degli scout dei grandi club. Il punto è non disperderlo, ma ispirarlo, scoprirlo e farlo sbocciare.
Come, l’abbiamo chiesto a tre voci autorevoli del panorama cremonese: un’atleta professionista, un educatore illuminato vicino ai giovani sportivi e un tecnico giramondo attento alla libertà d’espressione dei piccoli calciatori.

Pochi di loro, forse cinque,
dieci, massimo venti,
riusciranno a trasformare
il loro sport in un lavoro

Come nasce il talento
Il punto di partenza è la scintilla: l’idolo di infanzia, quell’evento visto in televisione e destinato a segnare per sempre il nostro immaginario, l’ispirazione potente che spinge un bambino a scendere in campo. Oppure a salire in sella ad una bicicletta e iniziare a pedalare verso una carriera da professionista. Proprio come successo a Marta Cavalli, di San Bassano, oggi ciclista della Nazionale, del team francese FDJ Nouvelle-Aquitaine Futurscope, campionessa italiana su strada nel 2018 e pluricampionessa europea su pista: «Ricordo ancora la mia “scintilla2 – ci racconta Marta, mentre è in albergo in Turingia e si sta preparando per una corsa a tappe internazionale – Avevo 8, forse 9 anni. Vidi in tv una volata esplosiva del campione inglese Mark Cavendish e uscii subito in giardino provando ad imitarlo con una biciclettina, nemmeno da corsa. A quel punto mio papà Alberto, già ciclista a livello amatoriale, mi iscrisse in una squadra. E nei Giovanissimi del Cc Cremonese è iniziata la mia storia. Diciamo che l’ispirazione di Cavendish non fu una scintilla isolata, alle spalle c’era già una grande passione di famiglia. Però quell’episodio fu certamente importante».
Molti sportivi di alto livello, quando si trovano a riavvolgere il nastro della loro carriera, raccontano di aver iniziato proprio così: spinti da papà o fratelli, certo, ma soprattutto dall’ambizione di emulare il mito della loro infanzia. Vale nel ciclismo ma anche nel calcio. Cercate online e troverete decine di foto che ritraggono un piccolo Kylian Mbappé scalzo in cameretta, circondato da poster di Cristiano Ronaldo. Senza l’ambizione di imitare CR7 (e fare del pallone una professione), il ragazzo di Bondy avrebbe dedicato l’infanzia al calcio lasciando la famiglia a 13 anni per trasferirsi nell’accademia federale di Clairefontaine?
E la nostra Marta, senza Cavendish, sarebbe salita comunque su quella biciclettina per girare nel verde della campagna tra San Bassano e la piccola frazione di Ferie?
Pochi mesi dopo il trionfo di Mbappé al Mondiale di Russia del 2018, un murale colorato è apparso sul cemento di un palazzone popolare di Bondy: l’immagine di Kylian bambino, addormentato su un pallone di cuoio, si sfumava nella figura adulta della stella parigina con la maglia numero 10 della Francia. Nel cuore del disegno, poche parole: «Aime ton rêve et il t’aimera en retour». Tradotto: ama i tuoi sogni e loro ameranno te.
Uno slogan valido anche per la stessa Marta Cavalli, che oggi annovera nella community dei propri sostenitori una piccola tifosa residente nel Nord della Francia: si chiama Ornella e ispirata dalla 23enne cremonese ha iniziato a correre in bici. Ma senza andar troppo distanti, nella scia della campionessa azzurra continua a crescere un’altra promessa del ciclismo femminile nazionale come la 16enne Federica Venturelli, anche lei nata nel fertile comune di San Bassano, già tricolore su strada, su pista e nel ciclocross nelle categorie giovanili.

«Il talento illumina la persona,
ma dev’essere supportato
da spessore umano, voglia di imparare,
disponibilità verso i compagni…»

Come educare il talento
L’istinto e l’ispirazione, però, da soli non bastano. Il percorso verso il successo che attende un bambino talentuoso è lungo, pieno di insidie e richiede altre doti. Non solo tecniche, ma anche psicologiche, caratteriali, valoriali. Don Marco D’Agostino, autore del libro ‘’Se aveste fede come un calciatore’’ e insegnante al Liceo Vida, ha avuto molti giovani sportivi in ascesa tra i suoi allievi: «Tra loro non ho mai visto il talento separato dal resto: il talento illumina la persona, ma dev’essere supportato dallo spessore umano, dalla voglia di imparare, dalla disponibilità verso i compagni. La vita non finisce su un campo da calcio, chi è responsabile della crescita dei giovani sportivi deve possedere questa consapevolezza: il bravo insegnante è quello che fa sbocciare il talento insieme all’uomo».
Tra le aule del liceo Vida don Marco ha instaurato un rapporto di profonda amicizia con Alessandro Bastoni, oggi colonna dell’Inter e della Nazionale, autore della prefazione del suo libro: «Alessandro è il classico esempio del campione dietro al quale c’è una persona di valore. Arrivò al liceo dalle medie ed era un ragazzino attento, disponibile, sempre in prima fila: rubava con gli occhi ed era un buon amico di tutti. In generale, negli ultimi anni è sempre più elevata la percentuale di sportivi professionisti che studiano, si diplomano e in certi casi si laureano. Il mito del talento arrogante, svogliato e allergico all’apprendimento sta decisamente crollando. Forse anche per le richieste dello sport odierno, che ai massimi livelli è sempre più esigente sul piano cognitivo e della disciplina».

Come proteggere il talento
Per don Marco, «il giovane di talento è una piantina che va annaffiata con delicatezza». E tutelato da certi eccessi. Giusto per tornare a nomi noti: Mbappé, nonostante adorasse Cristiano Ronaldo, poco più che bambino rifiutò un trasferimento al Real Madrid che avrebbe potuto forzare oltremodo la sua crescita per tappe e forse “bruciarlo”. Marta Cavalli, addirittura, fino alla categoria Allieve (14-15 anni) raccolse ben pochi risultati e nonostante tutto non pensò mai di mollare il ciclismo: «La perseveranza e la passione che mi hanno accompagnato in quegli anni, anche se i risultati erano davvero magri, rappresentano ancora oggi la mia motivazione più grande» ricorda la ciclista con orgoglio. Perché sia coltivato, e possa davvero fiorire, in certi casi il talento va aspettato.
Mario Donelli, ex tecnico delle giovanili di Albinoleffe e Pergolettese, ha lavorato nei Milan Camp in Giappone e Australia e da sempre allena i ragazzi con una missione: tutelare il talento puro dagli eccessi della tattica o del ‘’risultatismo’’ esasperato: «Non mi vergogno nel dire che, in certi casi, ho appositamente rallentato la crescita agonistica dei giovani per lavorare con più calma su alcuni aspetti tecnici che ritenevo fondamentali per il loro futuro. Sul breve periodo questo poteva condizionare i risultati, ma oggi diversi ragazzi di 18 o 19 anni allenati negli anni del vivaio hanno un contratto da professionisti e giocano in Serie C».
Mister Donelli, un tempo fantasista dal mancino fatato, oggi vede lo sviluppo della fantasia tra i bambini minacciata dall’eccessiva invadenza di alcuni istruttori: «Ricordo di aver visto Andrea Pirlo in azione da ragazzino durante un torneo notturno, il suo tocco di palla era una carezza. Ecco, talenti così puri oggi rischiano di essere soffocati dall’eccesso di informazioni e di tatticismo precoce che viene imposto da certi allenatori dei settori giovanili. Quando vedo una squadretta di Esordienti giocare secondo schemi automatizzati, con passaggi solo di prima, non applaudo: mi spavento. Senza libertà il talento non sgorga come dovrebbe, bisognerebbe incentivare l’istinto e la creatività dei bambini in campo anziché indottrinarli».
Infine, il problema delle ore di pratica: se per eccellere in una disciplina secondo alcuni studi servono 10.000 ore di esercizio, un bambino italiano che gioca a livello dilettantistico due o tre giorni a settimana le raggiungerà solo a 28 anni. «Cambia la società, cambiano i tempi, stanno sparendo gli spazi per il gioco libero, ma sta allo sport adattarsi con nuove metodologie e proposte – conclude Donelli – Volete sapere qual è il mio sogno? Girare l’Italia, piazzarmi nei campetti di periferia e mettermi a disposizione dei bambini non per conto di un club, ma come un maestro itinerante di strada».
Come ci insegna Mbappé, se credi nei sogni prima o poi i sogni crederanno in te. E i sogni dei bambini sono sempre i più belli.