cuore

N.33 Settembre 2022

CAMPIONI

Il fango, la gloria, il malore. Nelle stanze del cuore di Sonny

Dall'olimpo del ciclismo a un letto d'ospedale. Un arresto cardiaco ha frenato la volata del campione italiano ed europeo. La vita del campione è cambiata, ma il cuore continua a battere

La prima vittoria con la maglia di campione europeo al Memorial Pantani 2021 / ©Bettiniphoto

Cuore matto, matto da legare.

Come la mia storia. Mi chiamo Sonny, come il detective di Miami Vice. Sonny Colbrelli, 32 anni, ciclista professionista. Lo scorso 21 marzo ho tagliato il traguardo della prima tappa del Giro di Catalogna, a Sant Feliu de Guíxols, una moderna località turistica sulla Costa Brava. Ho dato tutto me stesso. Come in ogni volata che ho fatto nella mia vita. Come la prima gara: a 7 anni, in sella a una mountain bike riverniciata. Si correva a Casto, nella Valsabbia, il paese dove sono cresciuto. Allora avevo vinto, il 21 marzo invece sono arrivato secondo dietro all’australiano Matthews. Secondo. Un piazzamento che mi perseguita. Anche se indosso la maglia di campione europeo, che copre la maglia di campione italiano, che copre un’anima adornata del fango della Parigi-Roubaix, la corsa più bella del mondo. Supero la linea del traguardo e spengo il computer sul manubrio: un gesto rituale. Stavolta però si spegne tutto. Letteralmente. Il cuore inizia a fare il matto. Matto da defibrillare. Vado in arresto cardiaco e quando mi risveglio sono incredulo. Dal vertice del ciclismo mondiale a un letto d’ospedale con un defibrillatore sottocutaneo. Comunque un miracolato: se prendete dieci persone che hanno avuto la mia stessa problematica, otto di loro non potrebbero più raccontarvela.

Cuori, quadri, fiori, picche: la vita è caso, strategia, fortuna o destino?

Io credo nel destino. Credo che tutto sia già scritto. Quel 21 marzo non era il mio momento e mi è stata data un’altra possibilità, un altro giro di giostra. Credo che dopo questa vita ce ne sia un’altra: siamo solo di passaggio. E credo in Dio perché ci deve essere un senso nel mondo, anche quando gli interrogativi sono più grandi delle nostre minuscole capacità di comprensione. Piango amici cari che se ne vanno: perché succede? Vedo ragazzi scomparire nel fiore degli anni, pieni di energia e voglia di vivere: qual è il senso? Due sorelle dolci e stupende perdono la vita sui binari della stazione di Riccione: chi può permetterlo? Un attimo ci siamo, pulsiamo di vita e voglia di futuro. L’attimo dopo non ci siamo più. È impossibile da capire, ma ci deve essere un senso in tutto questo.

«Se prendete dieci persone
che hanno avuto il mio stesso problema,
otto di loro
non potrebbero più raccontarvela»

“Si vede bene solo con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi” (Antoine de Saint-Exupéry).

Quello che mi è successo mi ha regalato una nuova vista sulle cose. L’essenziale è la salute, poter vivere la vita fino in fondo. È inutile svegliarsi la mattina con il broncio, bisogna godere di ogni giornata come se fosse l’ultima. Oggi ci sono, ma domani? Io ero fisicamente in forma e super controllato, proprio come il calciatore Christian Eriksen che ha avuto un malore durante il campionato europeo. L’unica soluzione è accettare tutto quello che accade e andare avanti con serenità.

Con il cuore nel fango.

Il 3 ottobre 2021 c’era talmente tanto fango che è entrato ovunque: negli occhi, nelle fibre dei muscoli, nei polmoni, nel cuore. Una giornata indimenticabile. Centodiciottesima Parigi-Roubaix, l’unica della storia a corrersi in ottobre per colpa del Covid che ha scombinato il calendario. Alla partenza scherzo (ma neanche tanto) con i compagni: tra due ore mi ritiro e torno sul pullman. Del resto è la prima volta che partecipo a questa stupenda follia. Una gara talmente dura da essere battezzata “L’inferno del Nord”. Una gara talmente sfiancante che Bernard Hinault una volta la definì “una porcheria”… ma solo dopo averla conquistata.

IL LIBRO

Con il cuore nel fango

Sonny Colbrelli, con l’aiuto di Marco Pastonesi, storica firma della “Gazzetta dello Sport”, ha scritto il libro “Con il cuore nel fango. L’epica del ciclismo nella storia del cobra” (Rizzoli Lizard, 2022) per raccontare la leggendaria impresa della Parigi-Roubaix. Erano 22 anni che un italiano non conquistava l’Inferno del Nord, una delle cinque gare talmente prestigiose e cariche di storia che i ciclisti definiscono “Monumento”. Nel libro, l’atleta bresciano ripercorre quella giornata magica intrecciando la narrazione con i ricordi della sua storia personale e con le vicende ultracentenarie della Classica del pavé.

Piove e fa freddo. Peter Sagan, che la Roubaix l’ha vinta nel 2018, sentenzia: “Oggi cade anche chi vince”. Io non sono caduto, eppure ho vinto. Al primo tentativo. Un’impresa. Chi l’avrebbe mai detto? Se chiudo gli occhi rivedo il traguardo nel velodromo, il pianto che si mischia al fango, gli anni da professionista, tutti i sacrifici che acquistano un senso. È stata una giornata epica, sono contento che mi sia stato dato il tempo di viverla prima che il cuore impazzisse. Quella cavalcata sulle pietre aguzze del Nord è diventata anche un libro, scritto da un cantore del ciclismo come Marco Pastonesi ed edito da Rizzoli Lizard. Il titolo “Con il cuore nel fango” è ancora straordinariamente attuale. Forse anche questo è un segno del destino.

La vittoria alla Parigi-Roubaix 2021 / ©Bettiniphoto

“Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce” (Blaise Pascal).

La scelta di correre in bicicletta da bambino è stata una scelta di cuore. La ragione non c’entra. Ero un disastro a scuola, passavo più tempo in bidelleria che in aula. Ero miope, mi chiamavano Quattrocchi. Ero sovrappeso, ai limiti dell’obesità. Volevo fare il pompiere. Poi è cresciuta dentro di me una passione irrefrenabile per il ciclismo. Tutto è nato nel 1999 quando ho visto Marco Pantani trionfare sulla salita al Santuario di Oropa: salta la catena, è costretto a mettere il piede a terra, poi rimonta tutti gli avversari e vince da solo. Dal vivo o in televisione, non perdevo una gara. Sognavo il Tour de France, il Giro d’Italia, la Milano-Sanremo. Osservavo le imprese di giganti come Tom Boonen e Fabian Cancellara. Mi chiedevo: cosa staranno provando? Cosa si agita nel loro cuore in questi momenti, mentre dominano un Fiandre o stravincono una Roubaix? L’ho capito solo diversi anni più tardi. Ora so che non esistono parole per descrivere quella gioia. Dal giorno della Roubaix mi trascino solo un rimpianto: non ho avuto tempo di lavarmi nelle leggendarie docce, una sorta di santuario del ciclismo. Mi sono ripromesso di portarci l’anno prossimo i miei figli. Qualsiasi cosa accada, sia che io possa correre di nuovo la Roubaix oppure no.

La foto appuntata sul cuore.

Nel mio caso la foto è nel taschino, quel piccolo vano che noi ciclisti abbiamo sotto la maglia, all’altezza della schiena, per custodire la radiolina durante le corse. È l’immagine di nonno Cesarino, il papà di mia mamma, la persona che mi ha messo in sella, ha dato fondo ai suoi risparmi per comprarmi tutto l’occorrente e mi ha spinto a diventare quello che sono. Avevo un sogno: diventare professionista prima che lui scomparisse. Il modo migliore per ringraziarlo di tutti i sacrifici. Non mi ha lasciato il tempo, se ne è andato prima. Però io so che è sempre con me. Prima di vincere la Roubaix ho toccato il taschino con la sua foto e ho guardato il cielo, ero sicuro che mi avrebbe guidato alla vittoria. Lui mi protegge sempre.

Cuore di mamma.

E anche di papà. Vengo da una famiglia di operai che ha saputo impartirmi solidi insegnamenti. Quel giorno in cui una squadra junior ha proposto di pagarmi 30mila euro all’anno per correre con loro, mio padre è stato categorico: non vi vergognate a offrire tutti questi soldi a un ragazzino che non ha nemmeno 18 anni? Sonny resta dov’è e continua a essere seguito dalle persone di cui mi fido, piuttosto i soldi li pago io. Quando ho finito gli studi, mi ha mandato a lavorare in una fabbrica di tubi. Lì ho capito cosa significa alzarsi alle cinque del mattino, timbrare alle sei e lavorare in inverno con un freddo cane. Lì ho capito che nella vita volevo fare il ciclista, però quella lezione non la dimenticherò mai. Oggi tanti ciclisti non capiscono la fortuna che hanno: possono alzarsi quando vogliono, possono andare in bici sulle strade del mondo.

I battiti del cuore.

I miei battiti: 34 a riposo, 168 alla soglia, 192 massimi. Il cuore non mente mai. Se vuoi capire il tuo stato di forma, devi ascoltare il cuore. È lui che ti dice quando devi riposare o quando puoi spingere ancora di più. In gara anche il cuore pedala. Bisogna connetterlo alla testa, ma solo così puoi andare oltre al limite. Testa, cuore, fisico. Deve essere tutto ben collegato per vincere.

“Il cuore ha più stanze di un casinò” (Gabriel Garcia Marquez).

La famiglia è la stanza più grande. Mia moglie Adelina, che c’è sempre ed è sempre pronta a darmi una mano, i miei figli Vittoria e Tomaso. Un’altra stanza è la bici. Anche se adesso sono fermo, guardo gare ogni giorno. Le studio, le analizzo, osservo dinamiche che dalla pancia del gruppo non si comprendono. E poi pedalo. Faccio uscite di 2/3 ore, continuo ad allenarmi. Infine c’è la stanza delle passioni: la Juventus, la Formula 1. Mi piace lo sport. Tutto lo sport. Lo sport assoluto.

“Le cose più belle della vita non possono essere viste e nemmeno toccate. Bisogna sentirle con il cuore” (Helen Keller)

La cosa più bella è che sono arrivato dove volevo. Ho vinto quello che volevo. Con impegno, sacrificio, costanza. Mi sento a posto con me stesso. Non realizzato, perché non si finisce mai di realizzarsi. Ma ho compiuto i miei desideri più grandi. A ogni ragazzo che incontro dico: “Non smettere mai di sognare”. I sogni si avverano, se ci crediamo con tutto il cuore.