ombre

N.34 Ottobre 2022

TEATRO

L’ Antigone si sporca di terra e ci educa all’ascolto

Antigone nel 2022 fa l’attivista ambientale e imbratta i Girasoli di Van Gogh, Creonte è un giudice del Texas che sentenzia a morte il colpevole... Una serata a teatro con la fedele e attualissima tragedia di Sofocle portata in scena nel refettorio di San Pietro al Po da Compagnia dei Piccoli e Il Laboratorio

«L’ombra è l’assenza che si rende visibile». Si parte da qua per riavvolgere il filo dell’Antigone, dalle parole aforismatiche di Mattia Cabrini, regista insieme a Marianna Bufano dello spettacolo teatrale messo in scena dal 28 settembre al 9 ottobre dagli attori della Compagnia dei Piccoli e de Il Laboratorio APS-ASD. Otto repliche da tutto esaurito all’interno dell’antico refettorio di San Pietro al Po: segno che l’eterna tragedia di Sofocle possiede una freschezza ermeneutica che attraversa i millenni e ci colpisce ancora nella nostra epoca. Come la Divina Commedia di Dante, Amore e Psiche di Canova, la Vocazione di San Matteo di Caravaggio, l’Antigone è quel «fratello maggiore» (copyright di Cabrini) che non smette di parlare al presente. Se lo fa, è anche merito di interpretazioni brillanti e originali, come quella dei sette giovani attori della Compagnia dei Piccoli, che spingono alla riflessione senza tradire il testo.

La storia dell’immensa Antigone è arcinota: i due fratelli Eteocle e Polinice, figli di Edipo e Giocasta, si uccidono reciprocamente dandosi battaglia per la successione al trono di Tebe. Creonte, fratello di Giocasta, assume il potere e ordina di lasciare insepolto Polinice, venuto a usurpare il regno che non gli spettava, mentre comanda di seppellire Eteocle con tutti gli onori. Antigone, sorella di Eteocle e Polinice, decide di trasgredire alla legge statuita di Creonte in nome delle leggi della famiglia e seppellisce (per ben due volte) il reo fratello. Scoperta, viene condannata a morte da Creonte, impermeabile persino alle suppliche del figlio Emone, promesso sposo di Antigone. Solo l’indovino Tiresia, il portavoce degli dèi, fa vacillare le convinzioni del re, che corre a seppellire Polinice e liberare Antigone dalla grotta-tomba in cui l’aveva rinchiusa. Lì trova il figlio Emone che ha cercato senza successo di salvare la promessa sposa, la quale nel frattempo si è data la morte impiccandosi. Quando vede il padre, Emone cerca di ucciderlo ma fallisce e rivolge la spada contro se stesso. Informata da un messaggero delle tremende notizie, anche Euridice, moglie di Creonte e madre di Emone, si toglie la vita lasciando Creonte drammaticamente solo sulla scena con il compito di continuare a governare la città.

Cosa possono dire di nuovo queste vicende del V secolo avanti Cristo, tanto da scegliere di riportarle in vita? Da Hegel a Goethe, la sequela di interpreti è talmente lunga che c’è chi (George Steiner) preferisce parlare di “Antigoni”, al plurale. La tragedia di Sofocle è stata letta di volta in volta come il conflitto insanabile tra le leggi scritte dell’uomo e le leggi non scritte degli dèi, lo scontro tra le polarità dell’individuo e dello Stato, della natura e della cultura, il terreno di battaglia tra il principio maschile e quello femminile, fino a diventare manifesto del femminismo contro la società patriarcale.
Per Nicole Loraux, a proposito dell’Antigone «tutto è detto e si arriva sempre troppo tardi». Al contrario, l’Antigone diretta da Cabrini ha il merito di sottoporre un giudizio nuovo al tribunale del presente. Non evita il confronto con le eterne dicotomie della tradizione: le recupera e le mette in scena, ma al tempo stesso le supera immergendosi nel buio dell’animo umano per gettare luce su un’unità più profonda. Nel fare questo, l’ombra, cioè la rappresentazione del vuoto, diventa un elemento euristico fondamentale.

…immergendosi nel buio
dell’animo umano
per gettare luce
su un’unità più profonda



Lo spettacolo inizia con il corpo di Polinice adagiato su un gigantesco giaciglio di terra, oltre cinquanta quintali forniti dall’impresa edile Tedeschi che inondano la scena. «La terra è un elemento potente che catalizza l’attenzione, un riflettore che illumina la scena e proietta un’ombra», spiega Cabrini. L’ombra è il corpo esanime di Polinice che «andava reso visibile, pena la perdita di senso». Nella drammaturgia, del corpo resta solo il calco sul terreno e la veste. Con questa, tutti i personaggi interagiscono, compreso il pubblico quando la gonna viene fatta a brandelli e un drappo simbolico viene adagiato sulla spalla sinistra di ciascuno dei 55 spettatori seduti lungo i tre lati. Attraverso questo espediente, il pubblico entra in scena. Cade il diaframma tra la finzione e la realtà, come se l’ombra non smettesse mai di interrogarci con il suo fastidioso peso. Ora si è spinti verso la comprensione di Creonte, che non può permettere l’irruzione dell’anarchia, più spesso si è portati a simpatizzare per Antigone, che sfida il potere appellandosi a un diritto superiore. Questo movimento oscillatorio si conclude nella catastrofe finale e viene sigillato da una frase del coro che spiega tutto: “La vera felicità è la saggezza”. Cioè la moderazione, l’equilibrio, la flessibilità, l’adattamento alle ragioni dell’altro tanto care alla democrazia ateniese. «Antigone e Creonte sono esempi di fondamentalismo, del tutto incapaci di mediazione. Solo quando si attraversa il dolore si diventa saggi e si è capaci di vivere nel mondo, di prendere decisioni e di governare bene, come Creonte al termine della tragedia» osserva Cabrini.
Alla fine, anche il sovrano è costretto a scendere dal proscenio e impolverarsi. «La tragedia di Sofocle è una lezione contro l’assolutismo ideologico che non porta da nessuna parte. Solo quando c’è ascolto c’è speranza. Non è importante tifare, schierarsi per Creonte o Antigone, ma comprendere le ragioni di ognuno. La differenza è l’ascolto: sporcarsi di terra, mettere in gioco le proprie convinzioni. Spesso questo succede quando si attraversa il dolore, quando si prendono batoste che fanno crollare le nostre certezze».

Il messaggio non potrebbe essere più attuale, in un mondo in cui prevale la polarizzazione iper-semplificata e lo scontro a tutti i livelli. Dai programmi televisivi, in cui si presentano posizioni eterogenee per alimentare la conflittualità, alla sfera politica, in cui l’avversario viene rappresentato in modo caricaturale come il male assoluto. La società viene divisa infallibilmente tra bianco e nero, buoni e cattivi, mentre le dinamiche dei social network ci spingono a evitare il confronto costruttivo per rifugiarci nella squadra di chi la pensa come noi.
Antigone nel 2022 fa l’attivista ambientale e imbratta i Girasoli di Van Gogh, Creonte è un giudice del Texas che sentenzia a morte il colpevole.
L’antidoto di Sofocle contro gli estremismi è l’ascolto, ma questo comporta dolore: rinunciare a una parte di sé, far morire alcune convinzioni, sprofondare nell’ombra con tutti i suoi enigmi. In questa chiave, si può rileggere anche la scelta di riempire di terra la scena, come a creare un silente camposanto in cui riaprire il dialogo con i defunti, riprendere contatto con le ombre per trovare la pace. «Seppellire i morti è un atto di misericordia in termini cristiani, un gesto che definisce l’uomo e lo differenzia dagli animali. Significa riappacificarsi con una perdita, chiudere il cerchio di una relazione. Abbiamo dato per scontata la cura della fine, ma le sepolture frettolose durante il Covid o le immagini delle fosse comuni in Ucraina ci hanno risvegliato e ci hanno fatto comprendere il valore di questo rituale».
È l’ombra che si rende visibile in tutta la sua pesante realtà, e noi non siamo più gli stessi.