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N.22 Giugno/Luglio 2021

INCONTRI

Vite di Ahmed, amico della terra

«Lavorare la terra non è stata una scelta, ma l’ho vissuta sin da principio come una storia d’amore»

Sarò sempre grato ad Ahmed. Mi ha riportato alla vita in un momento in cui mollare sarebbe stata la strada più semplice. Dopo tre mesi di isolamento forzato, una lunga storia d’amore evaporata improvvisamente e la pandemia a demolire tutte le certezze che pensavo di aver costruito nella mia vita.
Giugno 2020 è stato il mese della caduta e della rinascita. Partita dalla terra, da un orto, da migliaia di cornetti raccolti sotto la canicola della campagna cremonese.
Dai tempi, non i tuoi, ma quelli che la natura ti impone.
Ahmed è nato in un piccolo villaggio alle porte di El Cairo, ha venticinque anni ed ha vissuto tre vite. Tutte remando in direzione ostinata e contraria. A 14 anni sognava un finale diverso per un libro, oggi, ancora tutto da scrivere: «Sono stato affidato alla Cooperativa Nazareth come minore straniero non accompagnato. A diciotto mi sono dovuto cercare un lavoro».
È un diamante grezzo. Da qui in poi è solo questione di occasioni. C’è tutto: voglia, motivazioni, pazienza. Ed una dedizione straordinaria: «Per me hanno pensato ad un lavoro in una azienda agricola. Non sapevo nulla. Giusy Brignoli mi ha preso da parte e mi ha insegnato tutto. È un lavoro che non ho scelto. C’era solo quello. Ma mi piace, altrimenti non sarei qui a metterci la schiena tutti i giorni».
Oggi lavora due ettari di orto a Stagno Lombardo, nel ventre di Cascina Lago Scuro, azienda agricola fuori dal tempo e dalle logiche distorte di un mondo che viaggia sempre e solo ad una velocità, dove ti si chiede di provare a lasciare la terra un posto migliore di quando sei arrivato.
È prima di tutto un luogo di persone: «L’uomo ha tempi diversi dalla natura. Io in mezzo ho trovato me stesso. Far crescere una pianta è come allevare un figlio. Lavorare la terra non è stata una scelta, ma l’ho vissuta sin da principio come una storia d’amore. Oggi non cambierei quello che faccio con nessun’altro lavoro al mondo».

Ahmed, per tutti “il faraone”, ha qualcosa che non si compra sugli scaffali di un supermercato: la capacità di parlare solo quando serve. Dà, senza chiedere. Ascolta. È una persona generosa senza sapere di esserlo.
Abbiamo passato due mesi in mezzo a pomodori, zucchine e tanto tanto sudore. Per me è come un fratello. Gli voglio bene, gliel’ho detto più volte sperando non lo dimentichi. Mai avrei immaginato di poter sgrovigliare un gomitolo tanto complesso grazie ad una persona così differente da me. Ho compreso come spesso, per ritrovare il senso della vita, occorra perdere tutto: «Le persone sono come le piante. Devono mangiare e bere tutti i giorni per crescere. Bisogna prendersene cura per tutto il loro ciclo. Quello che chiami seme a marzo, a giugno avrà un’altra forma. È solo una questione di tempo. Ed attesa».
Oggi ha 25 anni, si è da poco sposato. Ha voluto fossi presente in un giorno così importante della sua vita: «Potevo scegliere una strada diversa. Ho spesso pensato che sarei potuto finire in un brutto giro. Tanti amici dopo dieci anni sono ancora daccapo. Ho scelto di vivere, di cavalcare le mie motivazioni, di diventare me stesso. Ho studiato sui banchi dell’università della strada. Il futuro? Ho tanti progetti. Vorrei qualcosa di mio, mi piacerebbe portare in tavola i frutti della terra e del mio lavoro».