musei

N.25 Novembre 2021

STREET E DINTORNI

Il mestiere dell’arte fa sorridere il quartiere

Incontro con Marco Cerioli firma dei murales che colorano le pareti in diversi punti della città Un po' artista e un po' artigiano: «La mia "libertà di strada" si misura con luoghi, muri e persone»

Un dettaglio del murales "No time no space" di via Vecchia Dogana a Cremona realiuzzato da Marco Cerioli

Appena alzata la saracinesca appaiono, disegnati sulla parete vetrata, due lunghi pennelli incrociati. Simili alle tibie della bandiera dei pirati, ma al posto di un lugubre teschio c’è un barattolo di pittura. Varcando l’ingresso si notano lunghi scaffali metallici su cui sono disposte interminabili file di latte, secchi di pittura, bombolette spray. Sulle pareti, in odine sparso, si trovano quadri, cornici vuote, grandi fogli con prove di disegni, matrici di stencil.
Sotto la visiera dell’inseparabile cappellino da baseball il padrone di casa allarga le braccia e, con un irresistibile sorriso, afferma: «Non so come mi definirei, non mi sono mai soffermato troppo a pensarci. Per dare una nome preciso alle cose spesso occorre sostare e confrontarsi, come stiamo facendo ora». Ma come? Non è questa la “casa del mago”, la batcaverna, il rifugio segreto di un vero street artist? Marco Cerioli si schermisce: «È una definizione che usano più i miei committenti di me. Per come lavoro io, alle volte la parola “street art” mi sembra un abuso, sinceramente non mi considero nemmeno un artista».
E tutte le opere disseminate sulle pareti di Cremona tra via Antica Dogana, via Panfilo Nuovolone, il Boschetto e Ca’ de Somenzi? Accendendosi una sigaretta e passeggiando all’esterno del laboratorio, Cerioli prosegue: «Se vuoi fare street art, dormi di giorno e di notte esci per la città a comunicare quello che vuoi in maniera libera da qualsiasi condizionamento. Io invece faccio qualcosa di diverso, difficile però da definire».
Non sembra semplice tracciare dei confini, delimitare un’area, particolarmente nel campo artistico. Per definire il lavoro di Cerioli, oltre alle parole, bisogna compiere dei gesti concreti, come camminare per la città alla scoperta delle sue opere; una volta trovate non basta osservarle, bisogna porre attenzione anche al contesto in cui sono inserite, alle asperità delle pareti su cui sono realizzate, ai nomi delle strade in cui sono posizionate, alla storia del quartiere, al Genius loci.

Lavorando per sottrazione, Marco prosegue la ricerca della definizione del proprio ruolo: «Non sono un artista perché i miei progetti hanno molti padri, io do forma ad idee che non sono solo mie, come per esempio il recente progetto per la Fiera di Cremona, frutto di una progettazione e realizzazione partecipata. Se in questo caso specifico devo prendermi un merito, questo riguarda l’aver curato la regia di un lavoro complesso». Grattandosi la barba rossiccia, sembra giungere ad una soluzione convincente: «Ecco, potrei definirmi un prestatore di tecnica, forse anche di idee. Quando lavoro non sono completamente libero, come forse è un artista, perché devo interfacciarmi con tanti limiti e vincoli, per esempio se realizzo un murales per una azienda dovrò interagire con l’ufficio marketing, oppure sottostare alle indicazioni di una commissione paesaggistica che mi impone una precisa palette di colori».

«Cerco di legare ogni progetto
alla storia del luogo che lo ospita,
alla morfologia della parete,
alle persone che passano di lì ogni giorno»

Due condizionamenti sempre presenti in ogni lavoro sono il tempo e i costi, «anche se, sinceramente, non mi dispiacciono, anzi mi piace dover tenerne conto. All’inizio della mia carriera sognavo la tela bianca, una grande parete libera ma ora, dopo anni di esperienza, posso affermare che è più interessante avere dei vincoli perché stimolano la creatività e la capacità di fronteggiare situazioni nuove, a partire dalla scelta dei materiali».
Lanciando un’occhiata al laboratorio di Marco, si nota come anche lo spazio racconti una complessità sottovalutata all’inizio dell’intervista. La fila di secchi di pittura murale rimandano al magazzino di un imbianchino, mentre i vivaci colori di cui sono sporchi non possono che richiamare la tavolozza di un pittore. Prima ancora di parlare di street art cerchiamo allora di indagare il discrimine tra artigiano e artista. Marco è in difficoltà, tuttavia affronta di petto la questione: «Puoi trovare il fabbro che cambia semplicemente una serratura ma anche quello capace di creare un cancello con morbide volute, la stessa cosa potremmo dirla di un falegname come di un imbianchino che realizza decori attorno alle finestre di una facciata. Come li vogliamo definire? Artisti o artigiani?».

Non riuscendo ad arrivare ad una definizione convincente, proviamo a fare un viaggio a ritroso nel tempo, nella storia personale e professionale di Cerioli dove forse, nascosta come una perla nei fondali marini, si trova la risposta al dilemma. «I primi approcci con la street art risalgono al corso di decorazione seguito alla LABA (Libera Accademia Belle Arti ), in particolare all’incontro con il professore Vincenzo Denti e con Wally, del collettivo Orticanoodles».

La fortuna o la casualità hanno permesso al giovane studente non solo di seguire le lezioni teoriche ma anche di fare direttamente esperienza nei cantieri del celebre collettivo milanese. Con il suo disarmante sorriso Marco smantella ogni idea romantica riguardo al tirocinio di un artista alle prime armi: «Pochi discorsi, testa bassa e pedalare! Ho seguito molti cantieri e mi sono innamorato di quel mondo, del lavoro all’aria aperta, del confronto fisico con muri e colori. Ho fatto mio il proverbio “impara l’arte e mettila da parte” acquisendo le tecniche, rubando con gli occhi per imparare ad affrontare le circostanze più inconsuete e integrando gli insegnamenti della scuola con quelli derivati dal lavoro pratico».
Ma i ponteggi, i pennelli, i cestelli e i rulli non sono forse gli stessi supporti utilizzati da un imbianchino per tinteggiare una facciata? Forse ci stiamo avvicinando alla soluzione del dilemma.
Scorrendo le immagini dell’opera d’esordio, in via Antica Dogana a Cremona, Marco racconta un aspetto a cui tiene particolarmente: «Il mio lavoro, nel momento in cui dipingo il muro di un edificio, ha un valore sociale perché realizzo un’opera a cui tutti possono accedere liberamente».
Infatti per visitare l’immaginario museo costituito dall’insieme dei murales di Marco non c’è bisogno di pagare un biglietto, mostrare un green pass o rispettare un orario di apertura. Le opere sono lì, sui muri, a disposizione di tutti, in attesa di occhi curiosi a cui mostrarsi. «Ci sono tanti “non luoghi”, come sottopassaggi, muri di parcheggi o di stazioni» – prosegue citando l’ antropologo Marc Augé – «a cui viene restituita una identità grazie alla realizzazione di un murales. Cerco sempre di realizzare un progetto legandolo strettamente alla storia di quel posto, alla particolare e sempre diversa morfologia della parete, alle persone che ci passano davanti ogni giorno».
Alcune opere hanno in sé un valore legato al tema che affrontano, come l’immenso murales da poco concluso presso Cà de Somenzi, ispirato al diciassettesimo obiettivo dell’Agenda 2030, il parternariato. «È sempre appassionante quando il lavoro di elaborazione di un contenuto nasce dalla collaborazione non solo di più artisti ma, soprattutto, dal coinvolgimento dei ragazzi delle scuole». Gli studenti del Liceo Artistico di Cremona, prima di prendere in mano i pennelli, hanno ragionato insieme per trasformare in immagini un concetto astratto. Successivamente all’elaborazione del progetto cartaceo si è passati alla realizzazione su muro. La condivisione dei processi, la trasmissioni delle tecniche, come accadeva nelle botteghe degli artisti rinascimentali, sono per Marco momenti particolarmente intensi, non solo per il legame che si crea tra le persona ma, soprattutto, per poter «dare alle giovani generazioni gli strumenti affinché possano un domani, nella loro scuola piuttosto che in camera, realizzare il proprio murales».
Dall’ultima frase della conversazione rispunta il dilemma iniziale su come definire Marco e la sua arte. Dopo una lunga e piacevole chiacchierata, dopo aver visitato i luoghi dove si trovano alcune sue opere, dopo aver curiosato nel suo laboratorio, non riusciamo ancora a giungere ad una risposta che tenga conto di tutte le sfumature del suo lavoro. Salutando Cerioli, mentre abbassa la saracinesca in una fredda serata autunnale, non possiamo che ripensare ad una illuminante frase di Albert Camus: «Se il mondo fosse chiaro, l’arte non esisterebbe».