tempo

N.22 Giugno/Luglio 2021

FILOSOFIA

L’attimo che mette le ali e fa abitare il cielo

Il tempo che scappa e quello immobile, l'antica sfida tra Kronos e Kairos alla "partita" della pandemia, quando la morte non è la parola finale ma la porta della memoria che svela il senso di tutto

«O tempo, divoratore delle cose»: così Ovidio nelle Metamorfosi parla di Kronos, il titano che detronizza e evira il padre, colui che divora i suoi figli, generalmente rappresentato con una falce in mano in compagnia di una cornacchia. La falce miete, recide e ferisce così il tempo offre la possibilità di raccogliere frutti ma anche di procurare la rottura di relazioni, di infliggere ferite nel corpo e nello spirito.
Il suo scorrere, se pur mutevole, è sempre uguale a se stesso: ore, giorni, mesi, anni si susseguono secondo la stessa misura. Eppure se sappiamo quasi sempre dove siamo, lo spazio è il luogo dell’orientamento, non abbiamo quasi mai la comprensione del tempo che stiamo vivendo.
Il XX secolo ci ha consegnati al tempo della velocità, della frenesia, dell’affanno. Si fanno con la massima energia cose non necessarie e ci si ritrova a non avere mai abbastanza tempo per se stessi e per le persone a noi più vicine. Tante volte rimandiamo la visita ad un amico, un viaggio con il proprio coniuge, la condivisione di gioie e dolori con chi si ha deciso di condividere la personale piccola storia per accorgersi poi, troppo tardi, che non c’è più tempo per farlo.
Il XXI secolo di colpo ci ha consegnato all’immobilità: la pandemia ha aperto da un lato uno squarcio in grado di mostrare la follia dei nostri ritmi che impedivano la contemplazione e ci consegnavano alla cecità, dall’altro ha mostrato il volto della stessa fine del tempo nel volto tragico e drammatico della morte.
Privati all’improvviso di una socialità fatta da aperitivi, shopping, vuota chiacchera ma anche di abbracci e di odori della carne dell’altro, ci siamo trovati immobili e impauriti fra le quattro mura di casa costretti a fare i conti con noi stessi.
Quel tempo che non ci bastava mai è diventato troppo: non sapevamo cosa fare per trascorrere il giorno e a volte anche la notte nella condizione di prigionieri della nostra stessa casa. Il “fare” che ci dava potere, libertà e arbitrio doveva lasciare il posto al “essere” che è limite, misura, legge. L’essere è uno stare dentro l’essenza dell’esistenza che nel suo cambiamento incessante, nella molteplicità delle sue forme, nella diversità dei volti, svela, proprio attraverso il tempo, l’armonia e l’ordine di ogni cosa.
Di colpo abbiamo incontrato il volto della Storia costellato da cumuli di macerie e di cadaveri. Finora avevamo conosciuto una storia addomesticata, senza guerre e carestie, che aveva escluso dal nostro sguardo la morte.
Prepotentemente la pandemia ci riconsegnava Kronos che impugna la falce e recide la vita di migliaia di persone. Nessuno può ritenersi al sicuro: denaro, potere, salute, i tre dogmi dell’onnipotenza dei moderni don Rodrigo, mostrano la loro fragilità di fronte al virus. Nel giro di poche ore ci ritroviamo malati e in pochi giorni moribondi. Il grido di orrore, il timore e il tremore dinnanzi alla morte consegnano il tempo come sequenza di attimi all’attimo come giusto momento o momento supremo.
Kronos svela Kairos, il tempo che la mitologia rappresenta come un giovinetto con le ali ai piedi e un lungo ciuffo di capelli sulla fronte. Afferrare quel ciuffo è cogliere l’attimo che fa mettere le ali, che vince la forza di gravità e consente di abitare il cielo.
Fare i conti con l’esperienza della morte palesa la follia della velocità imponendo a ciascuno di fermarsi per rendere più acuto lo sguardo, per volgere il capo nella giusta direzione, per sentire suoni e rumori impercettibili nel caotico affanno delle quotidiane occupazioni.

Piangeremmo invano i tanti morti
se non comprendessimo
che nell’attimo della fine
sta un nuovo inizio

La morte anziché essere la fine del tempo è l’evento che ne svela il senso, sia di chi ha vissuto sia di chi continuerà a vivere.
E se ogni morte è vissuta come angoscia, come orrore, come notte che scende improvvisamente, ogni morte segna nell’attimo l’inizio di un tempo senza fine. Le fotografie poste sulle lapidi cimiteriali fissano per sempre il volto amato, ormai salvato dalla decadenza e dalla rovina. Intorno alla morte nascono solidarietà, racconti e condivisioni di storie che fanno luce sulla vita di chi ci ha lasciato. Il tempo che gli è stato dato, e non importa se di innumerevoli o pochi anni, si arresta nella memoria di chi resta nell’attimo della fine e in esso esplode il senso della stessa esistenza. Il puzzle dei giorni e degli anni finalmente dà origine ad una forma da cui traspare armonia e bellezza e che impone a chi resta di raccoglierne l’eredità. Fermarsi a cogliere l’attimo, il giusto momento, é potenziare quanto ci é stato donato da chi ci ha preceduto. I giorni della memoria non possono trasformarsi in un museo di cose e fotografie da collezionare e su cui piangere; fare memoria é impegno e responsabilità di incrementare e valorizzare quanto si ha ricevuto in affetto, sacrificio, lavoro, pensiero, passione.
Piangeremmo invano i tanti morti se non ci fermassimo per accogliere la loro lezione di vita, se non comprendessimo che nell’attimo della fine sta un nuovo inizio. Il tempo sia della micro che della macro storia sarebbe trascorso invano se continuassimo a pensare la divisione tra cielo e terra come il modo per pensare alla totalità di questo mondo. Se l’eterno non si trasforma nell’ora della scelta, il tempo inesorabilmente distruggerebbe tutto e tutti.
L’eredità che la pandemia ci lascia mi sembra consista nella consapevolezza che solo prestando attenzione al giusto momento potremo cogliere l’eterno e vincere la sfida contro Kronos.